sabato 31 gennaio 2009

Di sabato mattina

Erano lì che aspettavano da più di mezz'ora e ormai avevano perso la speranza. Non che ci avessero creduto poi tanto, intendiamoci, forse solo un po' più del solito.
Adesso, con una temperatura decisamente diversa, Lorenzo mi racconta tutto con calma e con un po' d'ironia. Ma allora era diverso.
Lì, sotto quel sole di giugno, di sabato mattina, era sembrato più un azzardo che una scommessa.
Tutto era nato un paio di settimane prima, quando tra i due gruppi che coabitano in una delle piazze di Città studi, era cominciata a volare qualche parola di troppo, alcuni segnali di nervosismo, sconfinamenti che creavano tensione. Eppure si può dire che i due gruppi fossero parenti stretti: quello dei grandi, infatti, era nato per gemmazione dalla compa dei “piccoli”. Agli educatori di strada spesso capita di vedere l'intero ciclo di vita di un gruppo di ragazzi: la nascita, attraverso le prime aggregazioni al parchetto, il suo sviluppo e poi, dopo qualche mese o dopo anni, la sua scomposizione in più gruppetti. O la sua dissoluzione definitiva.
“I segnali di tensione tra le due compagnie di Città studi – ricorda Lorenzo – ci parlavano di un momento di cambiamento, di svolta; uno di quegli incroci in cui può nascere qualcosa di buono oppure s'imbocca la strada della fine dei rapporti”. E così si era deciso di rilanciare, di assumersi in pieno quella funzione di mediazione che l'equipe di strada deve saper svolgere: qualche volta si tratta di mediare i conflitti all'interno di un gruppo, più spesso tra i gruppi e l'ambiente che li circonda. In questo caso bisognava lavorare sulle relazioni tra due gruppi diversi.
Lorenzo ricorda bene quando fecero la proposta ai due gruppi: organizzare insieme un evento di writing, proprio lì, nella loro piazza. La risposta fu un mix di entusiasmo e perplessità. Grugniti e proviamo a mezza bocca.
Gli educatori sapevano che stavano azzardando e sapevano per esperienza che non sarebbe stato l'evento a fare la differenza: sarebbe stato invece tutto il percorso collettivo di progettazione e preparazione per arrivare alla giornata in piazza.
Ma, dopo quaranta minuti d'attesa, sembrava proprio che quel percorso non avrebbe nemmeno avuto inizio.
C'era d'andare da un falegname fuori città a caricare 30 pannelli di legno per i graffiti.
E non si vedeva ancora nessuno.
Per fortuna ci fu d'aspettare solo altri cinque minuti: infatti, con passi da perchèdiavolomifannoalzareaquestora, cominciarono ad apparire i primi ragazzi.
Lorenzo e Luca, che non hanno la fissa della puntualità, poterono gustare appieno il lavoro di quella mattina: venti tra ragazzi e ragazze a caricare e scaricare i pannelli sul furgone. Le due compagnie che lavorano assieme, senza distinzioni, per tre ore filate, avanti e indietro nella canicola del mezzogiorno.
Era il frutto di un lavoro caparbio dell'equipe degli educatori: esserci con costanza e dare spazio; esserci e offrire opportunità.
Non era certo la prima dimostrazione che in quella trasferta continua che è l'educativa di strada, a un certo punto puoi e devi passare all'azione: proporre contesti diversi, stimoli per costruire azioni condivise; far assaporare il gusto d'impegnarsi per una meta, seppur circoscritta.
Parole come riconoscimento/incontro/spazio pubblico escono dai manuali di scienze dell'educazione o di sociologia e diventano realtà.
Fuori dall'emergenza del momento, progettare e realizzare insieme qualcosa di concreto. E di bello.
Lorenzo se la ricorderà per un bel pezzo quella mattina.
A dire il vero anche il falegname faticherà a scordarsi quella mega battaglia di gavettoni che concluse, allagando tutto, le operazioni di carico.
Lì, sotto quel sole di giugno. Di sabato mattina.

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