lunedì 8 dicembre 2008

Libertà d'ordinanza

Chi l'ha detto che le ordinanze spazzasottoiltappeto sono tutte uguali?
Sì, certo, i bersagli sono più o meno gli stessi dappertutto: prostitute, consumatori di droghe, questuanti, graffitari, divoratori di panini su pubblici gradini…
Ma c'è un dato che può sfuggire a chi non ha il tempo o la voglia di risalire alle fonti: alcune ordinanze, sull'onda della “necessità” e dell'urgenza, rischiano di diventare il ricettacolo di culture dai contenuti e dai toni preoccupanti, che mal si conciliano con il credo liberale o democratico di chi le firma.
Un esempio su tutti è l'ordinanza del Sindaco di Milano Moratti per “contrastare la diffusione dell'acquisto di sostanze stupefacenti”.
Un'analisi approfondita del testo può rappresentare un bell'esercizio di cittadinanza adulta e consapevole, oltre che di logica. Oggi vorrei rendere evidente solo l'aspetto a mio parere più preoccupante: il rapporto tra uso di droghe e libertà individuale.
Un rapporto assai delicato e dai mille risvolti; un tema che consiglierebbe prudenza di giudizio, soprattutto da parte di un ente pubblico.
Ecco, invece, le affermazioni del sindaco:
“L'uso di droghe non rispetta la libertà degli altri e il bene comune.
L'uso di droghe non è atto pienamente libero perché danneggia gravemente le condizioni in cui può essere esercitata la propria libertà.
L'uso di droghe non è atto pienamente libero anche perché ben presto non è più espressione di reale volontà.
Il divieto (dell'ordinanza ndr) serve a proteggere la persona nella sua integrità fisica e nella sua libertà di scelta”.
Affermazioni trancianti e univoche che, tuttavia, non hanno alcun fondamento scientifico: ricerche e letteratura, infatti, sono concordi nel distinguere tra persone dipendenti e consumatori occasionali o consumatori continuativi ma non problematici. I primi sono una minoranza rispetto ai secondi, una realtà in continua crescita, a Milano come in tutte le altre città.
Insomma, c'è in giro un sacco di gente che, per una serie di ragioni diverse (totalmente ignorate nell'ordinanza), sceglie assiduamente o occasionalmente di assumere sostanze.
D'altra parte basta pensare al consumo di alcol, un'esperienza che abbiamo fatto quasi tutti, a parte gli astemi impenitenti. L'alcol è una delle droghe più potenti (quanto a capacità di creare dipendenza) e rischiose (quanto a capacità di provocare danni, a chi consuma e a chi gli sta intorno); eppure nessuno dotato d'intelligenza media si sognerebbe di dire, senza distinzioni né altre specificazioni, che “chi consuma alcol non rispetta la libertà degli altri e che l'uso di alcol non è atto pienamente libero”.
Ma la lettura dell'ordinanza diventa davvero inquietante se si segue tutto il ragionamento del ghost writer del Sindaco: tu, se consumi droghe, credi di essere libero, ma non lo sei. In fondo, non sei te stesso. Dunque io ti sanziono, perché tu lo sia.
Rileggendo con calma la frase, alla fine dovremmo sentire un campanellino d'allarme. Perché se un potere pubblico, locale fin che si vuole, comincia a mettersi in testa di valutare se i comportamenti individuali dei suoi cittadini sono davvero liberi o no, e si convince di doverne tutelare la libertà di scelta con una sanzione (amministrativa? Penale?), c'è di che preoccuparsi. E allarmarsi.
Infatti: a quali atti o comportamenti toccherà, dopo? Orientamenti sessuali, abitudini alimentari, opinioni politiche?
Lasciamo stare la libertà, non è materia per ordinanze, quella. Troppo complessa e troppo delicata. I rischi e i danni delle droghe sono già sufficienti a giustificare interventi normativi ad hoc: e infatti una legge sugli stupefacenti già c'è.
Che le ordinanze tornino ad occuparsi di cose concrete e verificabili, come la viabilità.
Il resto affidiamolo a strumenti più meditati; capaci di scommettere anche sulle libere risorse dei cittadini. Magari attraverso l'educazione e la formazione delle coscienze.
Più faticoso, ma più rassicurante. Per tutti.

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