domenica 16 novembre 2008

J.

Io non l’ho mai visto in faccia. Ma ho seguito il suo percorso, tappa dopo tappa, fin da quando era ragazzino, attraverso i racconti degli assistenti sociali e dei volontari. E da un po’ di tempo mi trovo a pedinare le sue iniziali, così spesso citate in cronaca: J.
J è, infatti, l’iniziale che condivide con la sua famiglia: cinque tra fratelli e sorelle più piccoli di lui, una madre e un centro di gravità composto da un padre e uno zio in costante trasloco, dalle baracche in cui vivono, al carcere. E viceversa.
Dentro e fuori dalla galera, ma cemento e calamita inesauribile per una famiglia che pare condannata a girare attorno a questi due parenti senz’arte né parte.
A dire il vero, attorno alla famiglia di J. sono gravitati tanti di quegli operatori e di quei volontari che ho perso il conto: gente di buona volontà, donne della Caritas, assistenti domiciliari e operatori comunali, mamme dei compagni di scuola, dirigenti di partito ed educatori del carcere minorile. Ciascuno con la speranza, qualche volta l’infondata certezza, di essere la fune giusta per tirare fuori J. e la sua famiglia dal gorgo di esclusione, miseria e trasgressione in cui l’hanno trascinata padre e zio.
Ma, uno dopo l’altro, tutti si sono dovuti arrendere al lato oscuro della forza.
Che cosa sia questa energia negativa, questo destino nero, nessuno l’ha mai capito. Io meno di tutti.
Da amministratore ho seguito da vicino i progetti di sostegno e inserimento sociale cuciti su misura di questa famiglia ai margini della nostra città. Una volta ho incontrato anche la mamma di J.: una donna di una fierezza che ha fatto ben sperare tanti operatori sociali. Ricordo l’ultimo tentativo di recupero, ormai tre anni fa, quando la donna e i suoi figli più piccoli furono portati via dalle baracche e collocati in una comunità segreta. J. no, perché era ormai maggiorenne e ci si era già arresi alla sua deriva. “Madre coraggio”, scrissero i giornali, perché la mamma di J. dalla comunità aveva denunciato le botte prese dal marito e i suoi traffici.
La speranza di aver riscattato almeno una parte della famiglia durò due mesi; poi, senza la ribalta della carta stampata, la calamita si riprese la donna e tutti i bimbi, precipitati in uno di quei posti in cui releghiamo i nostri scarti sociali. Con gli inceneritori.
Oggi, dicevo, seguo il percorso di J. attraverso gli articoli che lo riguardano. C’è anche da sorridere, se uno vuole, perché i reati J. li commette sempre a meno di qualche pertica di distanza dal campo in cui adesso abita, proprio ai limiti della grande città. E viene, immancabilmente, individuato e acciuffato.
J. che tenta di scippare una vecchia signora, J. e i fratelli che tirano sassi ai treni, J. che cerca di rapinare le prostitute che lavorano a qualche centinaio di metri dall’inceneritore. Sembra il Woody Allen di “Prendi i soldi e scappa”, con la pistola di sapone che si scioglie sotto la pioggia.
Non ci si sbaglia, anche quando i trafiletti che lo riguardano si risparmiano pure la fatica delle iniziali. E’ sempre lui, testardo e maldestro, come a loro volta furono, e sono, padre e zio.
Da dove viene questa incapacità di sottrarsi al copione già scritto? Evidentemente, qualche volta l’etichetta che noi stessi ci mettiamo addosso, rende superflua quella che ci attaccano gli altri. Ladro, violento, perso: pare che J. non veda alternative nella vita.
J. è uno di quegli spigoli vivi che fanno davvero male agli operatori sociali e in genere a chi crede nella capacità dell’uomo di cambiare. E il sorriso allora scompare, si riflette con un velo di tristezza su ciò che non si è stati capaci di fare.
E con un filo d’inquietudine ci s’interroga sul quando e come J. farà il salto: dai trafiletti con le iniziali agli articoli con nome, cognome e fotografia. “Un giorno – come canterebbe Guccini – con più rabbia in corpo”, forse combinerà una sciocchezza più grande di lui.
Allora scopriremo tutti come si chiama. E che faccia ha.
Ma forse mi sbaglio; forse là fuori non ci siamo tutti arresi; qualcuno non ha mollato e insiste a far balenare di fronte a J. strade laterali da percorrere. Destini diversi.
E certe cose, si sa, sui giornali non si leggono.

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