30 novembre 2008

Dario e Peter pan

Alla fine Chiara era turbata. Colpita e turbata da ciò che era successo in piazza, dall'impossibilità di trovare una sponda nei colleghi, dalla sua reazione aggressiva. Era la prima volta che se ne andava da un gruppo senza salutare, ma il groppo che c'aveva in gola, e la rabbia, era meglio non tradurli in parole.
Certo, si erano detti molte volte, nelle riunioni in equipe, che in fondo l'imprevisto era lo scenario stesso del loro lavoro. Ogni pomeriggio, nelle piazze, trovi conformazioni dei gruppi sempre diverse, spesso impreviste e imprevedibili. E allora i micro obiettivi che avevi programmato con i tuoi colleghi te li puoi rimettere in saccoccia e devi sintonizzarti sugli umori e il clima del gruppo.
Ma a tutto c'è un limite; e quel pomeriggio fu superato.
Gli educatori erano tre, ma questo non aveva aiutato, anzi: si trovarono di fronte un numero inatteso e spropositato di ragazzi. Tutti conosciuti, ma davvero tanti e divisi in gruppetti.
Tutti conosciuti, tranne uno: Dario.
Dario aveva allora 16 anni e non si era mai visto in quella compagnia, ma sembrava che gli altri lo conoscessero. E quel pomeriggio era in vena, eccome se era in vena.
Già alla prima presentazione scoprì tutte le sue carte, iniziando a vaneggiare sulla sua condizione d'”intoccabile” e a raccontare la sua attività di manager di non ben precisati traffici. A dire che era sopra le righe si fa torto alla realtà: saltava di qua e di là, maneggiava misteriosi tesserini della polizia ferroviaria, si appartava con tipi strani di passaggio su un'auto, aveva il portafogli pieno di soldi falsi che provava a “smazzare” agli altri ragazzi, incuriositi dall'ambaradan.
Alla fine comparve anche una pistola. Vera.
Caricata a salve, ma vera.
“Capita che i ragazzi in piazza facciano delle cazzate, ma allora il gruppetto di Dario ne stava collezionando veramente troppe. Come se avessero perso la giusta percezione della realtà circostante: le pallonate ad arte sulla finestra del “vecchio”, le panchine trasportate da un punto all'altro attraversando il traffico, i soldi falsi che circolavano, la pistola…”. Chiara ricorda ancora la difficoltà di stare lì in mezzo, con i colleghi, sparsi per gli altri sottogruppi, che non potevano avere un'esatta percezione di quello che stava succedendo.
“Avevano messo in scena la loro devianza, tra l'altro in condizioni di alta visibilità, e noi non avevamo nessun potere per far cambiare le dinamiche. Noi, quel pomeriggio, non facevamo la differenza”.
Fin quando iniziarono a prendere di mira “Peter pan”, un tipo ormai adulto che quasi ogni pomeriggio si presenta nel campetto di calcio della piazza- vestito da portiere - per giocare con i bambini che escono da scuola.
Non era raro che “Peter pan” finisse nel mirino degli sfottò dei ragazzi. Ma questa volta Dario, istigato dagli altri, gli si avvicinava con la pistola in tasca e con quel fare da bullo che non prometteva niente di buono.
Lo affronta, lo minaccia.
Il gruppo è ancora diviso in più tronconi: gli istigatori e gli spettatori, quelli che prendono le distanze ma non dicono niente, quelli che non s'accorgono nemmeno di ciò che succede…
Chiara chiede ai ragazzi di smetterla d'incitare Dario, che lo fermino. Ma non succede niente. E allora gli scappa quel “Siete proprio degli stronzi” che ancora oggi ci pensa e gli viene male; corre da Dario e lo ferma. Poi chiama i colleghi e se ne vanno. Così, senza salutare.
A Chiara è rimasto nel gozzo quell'episodio, soprattutto quell'insulto sparato tra i denti, alla faccia degli adulti non giudicanti.
Ma oggi sa riconoscere che, a guardarci bene, quell'episodio è una pietra miliare nel percorso dell'equipe dell'educativa di strada: nei pomeriggi seguenti hanno lavorato col gruppo di Dario sull'amicizia e sulla capacità di un gruppo di prendersi in carico gli svarioni dei singoli. Hanno ragionato con loro sui rischi di usare le persone deboli e di manipolarle, sulle responsabilità individuali e le dinamiche del “branco”.
E in equipe hanno condiviso, letto e riletto quel pomeriggio e sono convinti di aver fatto quello che andava fatto: fermare Dario (“che in fondo – e qui Chiara riesce a sorridere – non vedeva l'ora di essere fermato”), prendere posizione con forza; porre, da adulti, un limite, restituire ai ragazzi ciò che andava restituito.
L'educatore di strada maturo e consapevole è anche questo: sentirsi l'autorevolezza di prendere posizione sui comportamenti, in particolare quando si avverte che si mettono in pericolo delle persone (sé stessi o altri) o, più in generale, quando c'è mancanza di rispetto degli altri.
“Ci si aspetta questo da noi – conclude Chiara – anche i ragazzi l'apprezzano”. E nei suoi occhi puoi vederci passare tutte le parole chiave che il racconto di quel pomeriggio le fa tornare a galla: fatica/incomprensione/solitudine/cura/responsabilità.

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