giovedì 16 ottobre 2008

Una giornata particolare

La sveglia strilla troppo presto. Hai dormito così così, disturbato dagli animali notturni e dal panettiere rockettaro delle quattro. E cinque ore sono comunque poche. Ti guardi attorno e capisci, irrimediabilmente, di non essere a casa.
La tentazione è quella di girarti dall’altra parte, ma i primi rumori, giù a piano terra, ti richiamano alla realtà: venti persone chiedono la tua attenzione.
La mattina muove presto i suoi primi passi: un passaggio in ufficio, il benvenuto a tutti e la colazione, il primo sguardo negli occhi di ciascuno, come un giro d’orizzonte per cercare di capire se la notte è stata serena. Stai sicuro che tra i venti volti scorgerai i segni di qualche malumore, lune storte random o rigurgiti di vecchie storie che riaffiorano.
Oggi Paolo sta male, ha la febbre; Giovanni e Dario si guardano in cagnesco. Annota mentalmente: riunione con i due, per farli parlare e chiarire.
La mattina, dicevo: riunione organizzativa, divisione dei lavori in casa, nell’orto e giù nel prato che degrada fino al cancello, perché c’è da fare il fieno prima che piova.
E tu, anche tu hai il tuo bel d’affare: telefonate a raffica, accogliere l’idraulico per i soliti problemi al riscaldamento, accompagnare Sara dal dentista, programmare i turni con il terapeuta. E, tra una cosa e l’altra, ascoltare chi va ascoltato, parlare con chi sembra rimanere un po’ indietro, troppo sulle sue.
Tenere botta ad ogni imprevisto.
Poi, appena prima di pranzo, l’incontro tra Michele e i suoi genitori, un match che si preannuncia teso e impegnativo.
Stare qui è come abitare in un acquario: tutti ti vedono, tutti ti leggono; tutti ti cercano per ogni loro necessità. Te ne accorgi anche quando ti siedi a pranzo: tu al centro del grande tavolo a ferro di cavallo, le battute e le occhiate che s’incrociano da un versante all’altro dicono molto delle persone che stanno qui. E di te.
Come un padre o una madre di famiglia? Sì, ma moltiplica per dieci. Almeno per dieci.
Dopo pranzo c’è la riunione plenaria del gruppo: Paolo racconterà di sé, della sua storia che tu già conosci, perché l’hai accompagnato nei primi passi qua dentro. Ma gli altri sanno poco di lui e quando lo ascolteranno, avranno ciascuno risonanze e reazioni che tu sarai chiamato a riconoscere e, se sarà il caso, a gestire. Il gruppo fa da specchio, dicono; e non è uno scherzo.
Ma non ti credere che sia finita: a seguire, due colloqui individuali di verifica del percorso, che cominceranno con quel “allora, come va?” e dove andranno a finire, non lo sai. Ti capita tutti i giorni di inoltrarti nei terreni più intimi delle persone, dentro quegli spazi misteriosi e variabili che sono le vicende e i movimenti emotivi degli esseri umani.
Bruno dice che questo posto è un “pentolone emotivo”, e secondo me rende l’idea. Minestrone a fuoco lento, o pentola a pressione che fischia e urge.
Perché qui non si arriva per caso: se hai avuto storie è perché qualche nodo interiore sta ancora lì, bello stretto. E la sfida è arrivare, ognuno a suo modo, ad allentarlo un po’.
E così il tapis roulant di questa giornata ti ha portato fino al dopo cena e, finalmente, tutto rallenta: ci scappa anche la partita a carte o la chiacchiera attorno al camino, se è stagione.
Poi ti aspetta solo il giro della buona notte, ultima occasione per scambiarsi impressioni, per fare il punto, a tu per tu.

Ecco, se hai letto fino a qui, sei arrivato alla fine di un giorno qualunque in una comunità terapeutica per persone tossicodipendenti. Vista, più o meno, con gli occhi di uno dei suoi educatori.
Non so come ti senti, forse pensi che sia un mestiere un po’ da matti; e l’ipotesi non è poi da scartare.
Da parte mia, se penso al lavoro degli educatori di questa comunità non ho che una parola da spendere: ammirazione. E’ una parola che suona un po’ strana, lo so. Oggi la pubblica ammirazione sembra essere riservata solo a calciatori, attori, veline o giù di lì. I “vincenti” di questa società, che possono esibire immagine e denaro.
Ma se hai solo intravisto il lavoro di Micaela, Viviana, Chiara, Paolo, Leda e Anna… beh, allora forse hai capito cosa intendo dire.
In queste settimane  mi è capitato di vederli in azione, di parlarci un po’ più a lungo del solito. Li ho visti anche commuoversi, mentre cercavano di descrivere i momenti più belli e gli eventi da dimenticare.
Piccole vittorie dopo grandi sconfitte. E viceversa.
Tutte vicende che scandiscono giornate sempre diverse.
Giornate particolari.
Come quella che ti aspetta domani.

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