giovedì 9 ottobre 2008

Senti chi parla

E’ difficile non vederli, anche perché sono gli unici in piedi, praticamente davanti alla porta. Mentre li supero per entrare, noto appena il loro gesticolare accalorato, ma niente di più.  E’ solo qualche istante dopo che, dal mio posto, mi accorgo che quei due giovani stanno parlando solo…con le mani.
Sordomuti.
Diversamente abili, e mai tale espressione mi è sembrata più calzante, meno ipocrita.
Rimango incantato a guardarli per qualche minuto, perché sembrano scambiarsi cose molto interessanti. Tra i venti e i trenta, così a naso, lui sembra tornare dal lavoro, o forse dall’università; immagino che lei sia un’amica d’antica data. Tra loro c’è una cordiale intimità.
Ma il tono, se così si può dire, è vivace, allegro; nel silenzio generale si scambiano impressioni, si raccontano aneddoti, fanno battute alle quali corrisponde, a turno, una breve risata. La conversazione è davvero bella da vedere: le mani hanno un loro ritmo e le labbra scandiscono le parole come se loro due si parlassero da lontano. Come quando ci si vuol far sentire da una persona distante o in un luogo particolarmente rumoroso: si aprono innaturalmente le labbra e si evidenziano le sillabe. Gli occhi s’ingrandiscono e le sopracciglia s’inarcano.  Dev’essere anche questo insieme ad esprimere tanta energia.
E poi ci sono le mani, che passano vorticose da un segno all’altro: l’impressione è che i due giovani si mangino le parole. Come dire? E’ come se masticassero i gesti, uno sovrapposto all’altro. E’ la stessa sensazione che capita di provare quando si conosce una lingua in maniera scolastica o incerta: la parlata “normale” degli altri ci appare velocissima, caotica e, alla fine, poco comprensibile.
Ma loro due si capiscono, eccome se si capiscono!
Mi accorgo di non essere l’unico a sbirciarli e questo non mi piace molto; eppure non riesco a staccare gli occhi da quel dialogo così intenso. Così vivo. Loro nemmeno se ne accorgono; o forse, più banalmente, ci hanno fatto l’abitudine.
Come spesso mi capita in casi come questo, penso a che fine facevano queste persone solo qualche decennio fa, nel nostro civilizzato Occidente: in qualche istituzione totale, nascosti dagli altri, nella migliore delle ipotesi.  O sterilizzati e banditi, nella peggiore.
Penso al percorso fatto da allora, alla rivendicazione di un linguaggio proprio, quello dei segni, e all’affermazione di una “ cultura sorda”. La migliore descrizione che mi è capitato di leggere è quella di Miguel Benasayag e Gérard Schmit: “La lingua dei segni non è una specie di stampella che sostituirebbe la meravigliosa lingua degli udenti, ma è semplicemente una lingua diversa. E, come tutti sanno, una lingua non è semplicemente un mezzo di comunicazione, ma è anche una combinatoria pensante e creatrice di concetti, di percezioni e di affetti che le sono propri”.
Definizione forse complicata, se la si legge così, ma corrisponde a quello che vediamo oggi. Qui, nel metrò.
Dopo tre fermate i due ragazzi scendono e si avviano sulla banchina.
Ci lasciano qui, con i nostri silenzi, i nostri sguardi nel vuoto, i solipsismi al cellulare.
Piccola metafora di quella che è, talvolta, la nostra “normalità”.