25 ottobre 2008

Parlando sotto la pioggia

Luca quel giorno non se lo scorderà mai. Lì, sotto la pioggia, in giro per le strade dell’Ortica ha capito che poteva farcela, che forse poteva persino essere la sua strada nella vita. O, per lo meno, una delle strade.
Fino ad allora, invece, erano prevalsi i dubbi e le perplessità verso un mestiere che, detto così, fa quasi ridere: educatore di strada.
Erano passati alcuni mesi da quando il Comune e l’associazione  avevano spedito Luca e i suoi quattro colleghi tra piazze e parchetti della zona orientale della città, a caccia di gruppi d’adolescenti. Un mandato poco chiaro e la scarsa esperienza non li avevano facilitati e avevano dovuto faticare parecchio per agganciare i gruppi e conquistare la loro fiducia. Un lavoro di paziente avvicinamento, di progressiva confidenza che, tra progressi e tonfi, sembrava assumere, piano piano, un suo senso.
Luca però aveva portato a spasso per le strade quel suo senso d’inadeguatezza nei confronti del compito che gli era stato affidato. Qualcuno, evidentemente, aveva visto delle capacità che lui stesso non riusciva a riconoscersi: “a volte sembrava proprio che non servissimo a niente. Certi incontri con i gruppi ti davano l’idea di navigare a vista, senza risultati. Sì, c’era il piacere di stare con i ragazzi.  E la paura degli inizi era sparita, ma lasciava il passo ad un senso un po’ come di vuoto. Come girare sempre in tondo, attorno ad uno stesso punto. E allora ti veniva davvero da chiederti: ma io che ci faccio qui?”.
Fino a quel giorno, quando dovette fissare un incontro con Matteo.
Era andata più o meno così: cinque giorni prima Luca e gli altri operatori avevano incontrato il gruppo di Matteo, una quindicina di ragazzi che occupano le panchine su un lato della piazza centrale del quartiere. Una presenza costante a partire dal tardo pomeriggio, tempo (atmosferico) permettendo. Ma quella volta tutti e tre sentivano che c’era qualcosa di stonato. Soprattutto Matteo si era comportato come non aveva mai fatto: agitato, aggressivo, provocatore con quasi tutti i suoi amici. Ad un certo punto aveva anche fatto il “cinema”, urlando come un pazzo in mezzo alla piazza.
L’equipe degli educatori, riunita il giorno dopo, ci aveva pensato su, com’è solita fare quando i gruppi lanciano segnali che non si può non vedere. E aveva deciso di passare all’azione: con Matteo non si poteva far finta di niente e non si poteva nemmeno pensare d’affrontare la questione in gruppo. Bisognava chiamarlo e chiedergli un appuntamento a quattr’occhi, per capire, per ascoltare.
E naturalmente il compito toccò a Luca. Per la prima volta.
Luca ricorda quei due giorni lasciati passare rigirandosi in mano il cellulare e il foglietto col numero di Matteo. Ricorda la fatica e i dubbi: il tono giusto, la domanda giusta. Un confine davanti: quello dell’intimità di Matteo, ma anche quello del ruolo di Luca. Fin dove arrivare? Qual era il punto d’equilibrio tra l’essere incisivi e l’essere invasivi? Quante volte se l’erano chiesti nelle riunioni di equipe! Ma ora toccava a lui e non c’erano scuse, non c’erano colleghi con cui svolgere quel compito.
Alla fine chiamò: ”Ciao, sono Luca. Ti chiamo perché sono un po’ preoccupato per te. Ci possiamo incontrare?”.
Quando pensa a quella telefonata, a Luca viene in mente la parola “cura”, nel senso di attenzione, sollecitudine, ma anche accuratezza.
Cominciò lì a intuire cos’è un educatore di strada.
Ma quando pensa a quello che successe dopo, là sotto la pioggia, la parola che gli viene in mente è: sorpresa. Nel senso di cosa inaspettata. Ma anche di meraviglia, stupore.
Davanti a quel bar, infatti, bastò un banale “come stai?” che si aprirono le cateratte di Matteo. Quel come stai, ricorda Luca, non era una domanda intenzionale; era quel tipo di “come stai” che rimane in superficie e al quale di solito, tra adulti, si risponde con un altrettanto generico “bene”, anche se non è proprio così.
Ma Matteo non era in vena di convenevoli e la telefonata di Luca, evidentemente, aveva già rotto gli equilibri del rispetto umano e delle relazioni sociali consuete.
Due ore dopo, erano ancora lì che giravano per le strade, sotto quella pioggia fine e il cappuccio tirato su. E Matteo che racconta: i casini con i genitori, un futuro che non si fa neanche intravedere, il lavoro che va e viene. La rabbia e la frustrazione.
E Luca che ascolta, che parla. Che cresce.
Da allora di telefonate e d’incontri così ce ne sono stati tanti. E gli operatori si sono ormai allenati a leggere i comportamenti, ad interpretare segnali molto meno visibili ed eclatanti di quelli mandati allora da Matteo; a mettere alla prova quello che loro stessi definiscono, non senza autoironia, lo sguardo ai raggi x.
Anche Luca, adesso, sente di averlo, quello sguardo.
Fatica-cura-sorpresa: forse l’educatore di strada sta tutto qui.

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