sabato 6 settembre 2008

La cilinga

“A oi ‘a cilinga?”, mi fa, tenendo le mani dietro la schiena.
Sarà che è ancora piccoletto, sarà che ha la pelle scura come solo gli indiani (e i cingalesi), ma io non ho capito un tubo. Gli chiedo di ripetere, incerto perfino sulla lingua che questo bambino utilizza.
“A uoi ‘a cilinga?”.
Niente, Non ci capisco niente. E se ti è capitato, puoi capire l’imbarazzo.
Vergognandomi come un ladro, sto per aggirarlo sfoderando qualche parola di circostanza, quando mi viene in soccorso un uomo dall’accento inconfondibilmente toscano: “Ti ha chiesto se vuoi una cilinga, che a Pistoia vuol dire cicca, gomma da masticare”.
E’ cominciato così il mio viaggio virtuale Pistoia-Calcutta e ritorno. Quindici giorni da vicini di casa di Mario, Angela e i loro due figli adottivi: Vimla e Aniket, entrambi d’origine indiana. Non so esattamente quali siano le motivazioni che hanno spinto questi coniugi toscani ad adottare prima Vimla, cinque anni fa e poi, l’anno scorso, Aniket. Non c’è stata l’occasione di approfondire il loro percorso, ma in queste due settimane mi hanno parlato i gesti, il clima, le relazioni tra loro.
Intuisco che la loro è, per così dire, un’ordinaria storia d’adozione internazionale; tuttavia, vederli da vicino è, per me, davvero straordinario. Come fuori dal comune è l’avventura umana di questi due bambini: l’infanzia senza genitori, l’accoglienza dalle suore a Calcutta, il ritmo regolare e circoscritto dell’istituto. E poi questo babbo e questa mamma venuti dall’Italia, la nuova casa e… ricominciare tutto da capo.
Mario, con gli occhi che non stanno fermi, mi racconta che quando Vimla ha saputo della sua nuova destinazione il quartiere attorno all’istituto l’ha sentita urlare e strepitare per una settimana intera. Aveva poco più di due anni e non voleva lasciare il suo mondo.
Aniket, invece, a quattro anni quel mondo l’aveva già esplorato in lungo e in largo e, spavaldo, aveva deciso da sé che cambiare aria non sarebbe stato male. Vederlo circolare per l’agriturismo è un altro spettacolo: sicuro, determinato, sereno. E generoso, come testimonia l’incidente della cilinga.
Li guardo adesso, sette e cinque anni, mentre giocano con i miei figli, mescolandosi con loro come la cosa più naturale del mondo.
Penso che famiglie come questa siano un’anticipazione di quello che potrà essere il nostro futuro, se non ci asserragliamo, miopi e paurosi, nelle nostre identità. Trovo infatti che Mario e Angela siano già una metafora vivente di quello che potrà essere: con la loro apertura e disponibilità ad accogliere questi due bimbi hanno creato nuove inedite identità, di cui non si può avere timore.
E Vimla e Aniket sono già davvero cittadini del mondo, che hai voglia a etichettarli: indiani quando li incontri per strada, toscani appena aprono bocca per offrirti un chewing gum.
Ma è proprio questo che mi colpisce di più: Aniket, dopo appena un anno di permanenza qui, ha già quella cadenza che lo fa pistoiese, e quindi italiano. L’accento e la parlata locale non sono e non possono essere, per lui, uno strumento per differenziarsi, ma al contrario un mezzo per essere uguale agli altri.
Aniket riscatta, senza saperlo, i nostri localismi e li reinventa, proiettandoli nel futuro.
Un futuro di cilinghe masticate insieme, anche se chiamate nei modi più diversi.
A proposito, come si dirà cicca in India?

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