lunedì 25 agosto 2008

Tra il bianco e il nero

Mi hanno chiesto se fossi a favore o contro la card che sarà varata con la prossima legge finanziaria. Si tratta, com’è noto, di una tessera dedicata ai pensionati poveri per l’acquisto di generi di prima necessità. Credo che per esprimere un parere sensato bisognerà attendere l’esito finale di quel lungo tunnel che è, nel nostro Paese, il dibattito parlamentare sulla legge di bilancio. Ho seguito però il dibattito estivo sulla proposta di Tremonti e ne ho tratto una sensazione di sconforto.
In particolare mi ha colpito la scarsa conoscenza della realtà: della povertà da un lato e delle politiche pubbliche dall’altro. “La Repubblica”, ad esempio, ha schierato firme del calibro di Nadia Urbinati, Miriam Mafai, Edmondo Berselli. La tesi sostenuta, in fondo, è stata la stessa: la card ricaricabile segnerebbe la fine della stagione del welfare e stravolgerebbe il principio d’uguaglianza garantito dalla Costituzione. “Si torna così indietro di molti decenni, – ha scritto Mafai – a un’epoca che sembrava finita per sempre. L’epoca della beneficenza, della carità, dei “poveri” individuati e classificati come tali”. E giù foto in bianco e nero anni cinquanta: scarpe rotte, cucine economiche, cenciosi bambini calabresi. Mafai ha anche raccontato la sua esperienza d’assessore nella Pescara del dopoguerra: per i poveri inclusi in un’apposita lista c’erano sussidi ad hoc e pacchi dono per Natale.
C’erano?
No, ci sono.
Anche oggi, infatti, a valle del sistema sanitario nazionale e di tutte le leggi che hanno allargato la rete di protezione sociale, continuano ad esserci situazioni di questo tipo. Nella mia città, ad esempio, il Comune destina centinaia di migliaia d’euro per contributi economici a centinaia di famiglie che formalmente vivono sotto la soglia del “minimo vitale”, c’è una “mensa dei poveri” (gestita dal privato sociale ma convenzionata con l’ente locale) che regolarmente ha una fila ad attenderne l’apertura, un ambulatorio animato da medici volontari che assistono chi non riesce ad usufruire del sistema sanitario, associazioni che continuano a distribuire pacchi con generi alimentari o latte per i bambini.
Insomma, quell’epoca in bianco e nero non è mai finita; e basterebbe guardarsi attorno con un po’ d’attenzione e curiosità per vedere che non è bastato dichiarare una formale uguaglianza tra i cittadini per veder scomparire le disparità. Nella vita reale l’articolo 3 della Costituzione è ancora e sempre in via di realizzazione e la rimozione degli ostacoli che impediscono l’uguaglianza è una fatica che continua.
I poveri, insomma, sono ancora tra noi e ancora oggi gli enti locali creano strumenti per dare risposte particolari e personalizzate; non sarà certo una card in più o in meno a cambiare luci e ombre del nostro welfare. Ciò che preoccupa, invece, è l’impressione che la classe dirigente (politici e giornalisti inclusi) abbia perso di vista il Paese reale e abbia escluso dalla propria agenda il contrasto alle disuguaglianze.
Chiusa con il 2001 una stagione riformista che ha dato vita a numerosi provvedimenti e finanziamenti sociali, è come se questa frontiera fosse stata abbandonata da chi ha invece il dovere di leggere il Paese e guidarne il cambiamento.
Da quell’anno, infatti, è terminata la sperimentazione del reddito minimo d’inserimento ed è rimasta in panne la definizione di quale fosse la quota minima di prestazioni assistenziali di cui ogni cittadino ha diritto.
Questioni un po’ tecniche e per addetti ai lavori, è vero. Ma pur sempre segni evidenti, per chi li vuol vedere, di una stagione precocemente interrotta. Per cambiare pagina basterebbe ricominciare da lì, lasciando perdere card e foto in bianco e nero.

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