domenica 10 agosto 2008

Il nostro welfare

Due reduci. Qui, aspettando che spiova, sembriamo proprio due superstiti.
Ogni tanto guardiamo la politica, quella dei partiti, dal buco della serratura: attirati e disgustati allo stesso tempo.
Sono anni ormai che le nostre energie le dedichiamo a tempo pieno al volontariato e al terzo settore: tossicodipendenti, rom, famiglie in difficoltà, migranti. Eppure, c’è stata una lunga stagione nella quale questa vocazione si è coniugata con la politica e con un impegno tutt’altro che avaro in un’amministrazione locale.
Anche su quel versante abbiamo lavorato, prima Matteo e poi io, per conservare, migliorare e sviluppare il nostro welfare.
Oggi ci è capitato di guardare ancora una volta attraverso quella serratura virtuale. Ed è stato uno sbaglio, perché abbiamo visto una delle facce del nuovo che avanza. E non ci piace.
Di più: ci agita, c’inquieta. Come due giocatori che stanno in panchina e vedono la squadra avversaria fare il bello e il cattivo tempo; senza ostacoli, senza resistenza.
Abbiamo infatti commesso l’errore di leggere la pagina politica del periodico locale. E’ lì che abbiamo trovato un passo del discorso pronunciato da un sindaco il 25 aprile scorso: “Troppo spesso, la ricerca di sicurezza non si indirizza verso lo sviluppo delle proprie capacità e del proprio impegno, personale o di gruppo, ma attende passivamente la risposta dall'apparato dello Stato: tragicamente, non c'è inefficienza pubblica o vessazione clientelare che sappia scalfire questa ignavia che caratterizza ancora tanta parte del nostro popolo! Il sistema corporativo, teorizzato e organizzato dal regime fascista, unitamente alle politiche di welfare state, così efficacemente attuate dallo stesso, ancora oggi, dopo oltre 60 anni, permangono come gravi rischi per la nostra democrazia ed il nostro sviluppo”.
No.
Capiamo, certo che capiamo: si può essere abbagliati da anni di slogan tipo “più società e meno Stato”. Si può usare la sussidiarietà come una clava; come un piccone contro tutto ciò che è pubblico, per fare spazio alla propria consorteria particulare.
Ma tutto quello che si raccoglie sotto la parola welfare merita maggiore rispetto. E conoscenza: della storia, della realtà.
Il nostro welfare non è nato col regime fascista e tanto meno si è fermato lì. Gli studiosi ci dicono che la prima datazione coincide con l’introduzione, nel 1898, dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (tema quanto mai attuale, ancora oggi!).
Il nostro welfare non si è costruito come una concessione dall’alto o per iniziativa esclusiva dello Stato, ma come conquista progressiva di traguardi per merito dei tanto celebrati corpi intermedi della società: mutualità, cooperative, gruppi spontanei, sindacati. Gente che prima si è organizzata per la costruzione di tutele concrete  -contro la malattia, la vecchiaia, la disoccupazione; e, ancora, per le otto ore di lavoro, per il cosiddetto sabato inglese, contro il lavoro minorile -  e poi ne ha chiesto la formalizzazione come diritti per tutti.
E nel dopoguerra il nostro welfare si è continuamente trasformato, anche attraverso la partecipazione diretta e attiva (altro che ignavia!) della gente, delle associazioni, delle professioni: sono nati così l’assistenza domiciliare agli anziani, gli asili nido comunali, i consultori familiari, il sistema sanitario e la de-istituzionalizzazione del disagio e della malattia.
Il nostro welfare ha permesso a generazioni di persone di rimanere cittadini dignitosi e attivi, nonostante gli incidenti e gli accidenti della vita. Altro che rischi per la democrazia!
Infine, ce lo ricorda tutti i giorni l’Unione europea, in un’epoca d’estrema frammentazione, le politiche di welfare rappresentano uno dei principali strumenti per promuovere coesione sociale e quindi sviluppo, anche economico.
Tutto questo è il nostro welfare.
Trattatecelo bene.

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