20 luglio 2008

Effetti collaterali

L’ho letta, ma non mi ha colpito come avrebbe dovuto. Questa vicenda della schedatura dei rom per opera dei Prefetti di Milano e Roma mi è passata sotto il naso. Il verbo schedare, nella mia testa, deve essere stato archiviato come un sinonimo di censire. Una questione da ufficio anagrafe, o giù di lì.
Ieri, invece, ho scoperto qual è la prima famiglia schedata a Milano. E’ quella di Giorgio. Ed è stato come guardare in faccia il lato oscuro di tutta la faccenda. Quello, per così dire, degli effetti collaterali.
E’ un anno che non incrocio Giorgio, ma è difficile cancellare sei anni d’incontri, cercando insieme una sistemazione sostenibile per la comunità di zingari della mia città.
Lui, infatti, rom harvati italiano da generazioni, lavora da sempre per enti pubblici, associazioni e organizzazioni non governative, con l’incarico di migliorare la condizione sociale e abitativa delle persone rom e sinte. In Italia e in Europa.
Un compito di prestigio che svolge in collaborazione con tante università sparse nel mondo. Un’azione svolta con pazienza e costanza infinita: sempre disponibile a spiegare daccapo a tutti (amministratori locali o cittadini urlanti) chi sono davvero i rom, qual è la loro storia e cosa si può fare di concreto per trovare un punto accettabile di con-vivenza.  Non l’ho mai visto perdere la speranza o scomporsi più di tanto di fronte agli ostacoli che ogni mese trovavamo, sempre diversi, sul nostro cammino; lui sempre fermo e cordiale, nella sua divisa d’ordinanza: completo scuro e cravatta. Quasi a contrastare fisicamente il pregiudizio che vede i rom cenciosi e maleodoranti.
Non lo vidi fare una piega neanche quella sera in cui lo indicai, lui seduto accanto a me, all’ennesimo cittadino che si diceva sicuro che uno zingaro che lavora onestamente non c’è, neanche uno. La mia non fu una mossa brillante e lo capii al volo: era un po’ come giocare in maniera scorretta con l’identità più intima di Giorgio. Sono convinto che quel mio andare sopra le righe lo ferì, in qualche modo, ma nemmeno allora diede segno di deviare dalla sua strada. Di fronte alle mie scuse, abbozzò; e tutto finì lì.
Ieri invece mi è arrivata per vie traverse la sua mail, come un messaggio messo in una bottiglia e affidato alle onde.  Una comunicazione sincopata, tutt’altro che serena, per annunciare che la sua famiglia sarebbe stata la prima ad essere svegliata all’alba per consegnare i documenti agli scanner delle forze dell’ordine. Ma i suoi cari non vivono in un campo abusivo o sconosciuto alle autorità locali: vivono in un campo regolare del Comune, cittadini italiani registrati come tutti noi all’anagrafe della città.
Anche da qui, probabilmente, l’inedita inquietudine di Giorgio: “Sono passati sessant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dalla pubblicazione della rivista "La difesa della razza" e dai primi rastrellamenti che sfociarono nell’ordine d’internamento degli zingari italiani in campi di concentramento (circolare Bocchini 27/04/41), quei "campi del Duce" di cui in Italia si è preferito perdere la memoria. Sono passati sessant'anni, ma le preoccupazioni, la percezione del pericolo, i provvedimenti pubblici sono gli stessi d’oggi. E' agghiacciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi. (…) Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre, cittadino italiano, che ha patito la persecuzione nazifascista con l'internamento in un campo concentrazionale a Tossicia. E mio nonno è stato deportato a Birkenau e uscito dal camino. Vergogna. Mi vergogno, in questo momento, d’essere cittadino italiano e cristiano.”
Effetti collaterali? Forse.
Ma di una “cura” sbagliata.
Per una malattia immaginaria.

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