lunedì 23 giugno 2008

Ultimo avviso

Non mi ricordo con precisione quale fosse la chiesa. E ovviamente non conosco né i sacerdoti né i fedeli che la animano, né chi può aver fatto stampare quell’avviso.
L’abbondante anticipo su un appuntamento mi aveva consentito, infatti, di vagolare per le strade del centro cittadino nel primo crepuscolo. Zona pedonale, dove è bello guardarsi attorno senza una meta precisa: negozi, passanti, gran biciclette. E poi, appunto, una puntata nella chiesa che mi ha chiamato dal suo bel portale romanico.
E’ all’uscita che mi sono imbattuto nel cartello bianco con le scritte blu; una comunicazione, per così dire, ufficiale: “Chiedere l’elemosina di fronte alla chiesa è una manifestazione non autentica di povertà; s’invitano i fedeli a portare le loro offerte presso il nostro centro caritativo…”. Il resto è un dettaglio, ma le prime frasi mi sono rimaste in testa per giorni, fino ad oggi, quando su un quotidiano ho letto quasi lo stesso messaggio lanciato dal sindaco di New York, Bloomberg: non date l’elemosina ai barboni della città, chiamate piuttosto le unità di strada della municipalità.
Dovremmo essere ormai abituati a questa trasversalità e globalità dei messaggi, che finiscono coll’accomunare soggetti e contesti che di primo acchito non accosteremmo. A me personalmente liaison come questa lasciano uno strascico di punti di domanda, ma ora non è questo il punto.
Desidero invece fermarmi un attimo sugli interrogativi che mi porto dietro da quando ho letto la scritta. E’ vero, non conosco esattamente l’ambiente in cui sorge quell’edificio religioso e la sua comunità. Eppure non riesco a togliermi dalla testa che quell’indicativo, in un messaggio rivolto a tutti, e quindi anche a me, sia fuori luogo. Perché, invece, non utilizzare un più prudente condizionale? Chiedere l’elemosina di fronte alla chiesa potrebbe anche essere una manifestazione non autentica di povertà. Ma potrebbe essere anche il contrario.
Sappiamo sin troppo bene dell’esistenza di racket dell’elemosina ben organizzati, ma è anche vero che quest’etichetta del “racket” rischia di fare di tutta l’erba un solo fascio. E rischia di essere un’ulteriore conferma di quel clima diffuso di sospetto nei confronti di chi è border line, di chi non è “come noi” e viene pure a chiederci qualcosa.
E’ anche verissimo, se ci pensiamo un po’ su, che queste “povertà” esibite rischiano spesso di oscurarne tante altre meno evidenti, marginalità che per pudore o rispetto umano rimangono ignote ai più.
E l’invito ad affidare le proprie offerte a un centro specializzato può essere una risposta convincente sul piano dell’efficienza e dell’efficacia. Insomma, la delega a operatori e volontari con più tempo a disposizione e più esperienza ha un suo senso, perché queste persone possono valutare con maggiore perizia la condizione sociale di ciascuno e offrire un aiuto più mirato.
Tuttavia, rimane il dubbio che così finiamo inconsapevolmente per dare il nostro contributo alla costruzione di quel muro che rischia di separarci definitivamente dalla fatica di vivere e dalla povertà. Un muro cementato dalla paura di dare fiducia e dal terrore di fare un passo sbagliato in più verso gli altri.
Finisce così che la povertà non la vediamo più per davvero: la gran parte rimane nascosta, e a quella che vediamo finiamo per non credere più.
Fossi il parroco di quella chiesa scriverei un cartello diverso; qualche parola che, come la canzone di Ligabue, c’inviti a “mettere in circolo il nostro amore”, come quando ammettiamo “non lo so”, come quando diciamo “perché no?”.

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