lunedì 14 aprile 2008

Sicuri?

Milos fino a cinque giorni fa aveva una casa; una casa dal tetto verde che ospitava tre famiglie con sette minori. Quando sul giornale ho visto le macerie ho sentito una specie di groppo in gola; e meglio non è stato vederle dal vivo, in cima al ponte che aggredisce l'autostrada.
La costruzione non era male, tutta in legno, una specie di chalet ricavato tra la strada e la ferrovia. Ora quel che ne rimane è più o meno ciò che si vede quando si comincia a giocare a Shanghai: un mucchio di fasci di legno gettati a casaccio, tra un lago di mattonelle verdi.
Cinque giorni fa, infatti, le ruspe del comune si sono mangiate la casa di Milos. Il giornale locale lo ha annunciato con uno dei suoi titoli sottilmente velenosi: <Abbattute le “case” dei rom>. Già, perché per la testata del posto le “case”dei rom sono sempre tra virgolette. Più volentieri il titolista usa il termine tane o, al contrario, ville, senza virgolette. Insomma gli zingari o sono sotto di noi, o sono sopra di noi: mai come noi. Ci vuol davvero così poco a rappresentare e a fomentare il disprezzo sociale.
In ogni caso, quel che conta è che oggi Milos la casa non ce l'ha più. Ma intendiamoci: la colpa è tutta sua.
Quella casa era stata costruita abusivamente su un lotto che gli avevano venduto più di dieci anni fa. Il terreno era destinato all'agricoltura ed era gravato da vincoli, perché faceva e fa parte di un Parco regionale. Insomma, nessuno avrebbe mai dovuto o potuto costruire là sopra; e quelli che hanno incassato i soldi di Milos lo sapevano, eccome.
Nonostante le denunce e le diffide del comune, la famiglia allargata di Milos è rimasta su quel terreno, realizzando via via edifici più solidi. Gli espedienti sono i soliti: non ci si fa trovare quando le istituzioni vogliono recapitarti qualche documento legale e, sostenuti dagli avvocati giusti, si presenta ricorso ogni volta che si può.
Si dice anche che qualche anno fa Milos abbia intascato i soldi che un'impresa ha distribuito per liberare le aree sulle quali doveva realizzare la nuova linea ferroviaria. Ha preso il contante per andarsene e poi è rimasto fermo al suo posto.
Infine, non ha accettato di trasferirsi nel nuovo villaggio che la precedente amministrazione comunale ha realizzato per superare gli abusi edilizi commessi dalla locale comunità rom. Quasi tutte le altre famiglie hanno accettato l'abbattimento della propria casa o baracca in cambio di una nuova regolare sistemazione. Ma Milos no, fino alla fine ha voluto rimanere lì. E ora la casa non c'è più e la colpa è solo sua.
Ma.
Sì, c'è un “ma”. L'altra faccia della medaglia, oscurata dall'assordante retorica sulla sicurezza. La si scorge se si riflette un attimo sulle modalità dello sgombero: l'irruzione all'alba, i pochi minuti concessi per raccogliere le proprie cose e andarsene, l'esperienza vissuta dai bambini che lì hanno abitato da sempre. Il giornale, manco a dirlo, di questi ragazzi non ha scritto una riga e per il lettore che non conosce la famiglia di Milos, possono addirittura non esistere. Eppure quei sette minori tra pochi mesi o tra qualche anno saranno adolescenti in giro per le nostre città, con ben impressa la lezione appresa una mattina d'aprile, quando i gagè gli hanno preso la casa nel giro di mezz'ora. E chissà, forse qualcuno gli leggerà la lettera compiaciuta inviata alla redazione del solito giornale: “Caro direttore, ho appreso dell'abbattimento della villetta dei nomadi. Finalmente a questa gente insegniamo cosa vuol dire rispettare la legge. Devono capire sulla loro pelle cosa vuol dire quando qualcuno gli toglie un bene prezioso”.
Da cinque giorni solo Google maps continua a vedere il tetto verde della casa di Milos, lungo l'autostrada.
Lo sappiamo, è stata tutta colpa sua.
Ma noi? Tutto a posto?
Sicuri?

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