10 marzo 2008

Miracolo a Milano

Di fronte al suo sguardo mi sono venute in mente le parole di Franca Olivetti Manoukian, una delle più brave formatrici ed esperte d'analisi psicosociologica: “Spesso nel lavoro sociale l'inatteso è molto più dell'atteso”. Andrea, infatti, con gli occhi sbarrati e il suo continuo gesticolare mi sta raccontando di sua figlia, Elisa, che fa la prima elementare e del suo compagno di classe: Manuel.
E dice che è una specie di miracolo.
Parola grossa, per una piccola storia che però ha sorpreso e interpellato nel profondo questo papà regolare, senza alcuna particolare esperienza nel sociale.
Manuel me lo ricordo, anche se i frammenti risalgono a qualche anno fa, quando accompagnavo mia figlia alla scuola materna. Mi viene in mente questo bambino nero come la pece e più alto della media: il passo molleggiato, i modi un po' scomposti e una certa aria di prudenziale timore che lo circondava appena entrava in classe. Io lo potevo osservare solo per qualche secondo, nel via vai di genitori e bimbi, ma l'interazione difficile con i compagni saltava all'occhio; e poi i denti bianchissimi del suo sorriso e, qualche mattina, le corse in bagno accompagnato dalle bidelle. Le frasi che riuscivo a cogliere in quei casi erano poco comprensibili, come sconnesse; perché è straniero, pensavo io. E un po' caratteriale, mi sussurravano all'orecchio gli altri dettagli colti qua e là.
“Ecco, bravo, proprio lui – mi fa Andrea – già in quegli anni era famoso per i suoi modi di esprimersi un po' rozzi. Parlava poco e male, ma in compenso si dava da fare a spintoni e manate”.
Elisa, quando la scorsa estate apprese di essere in classe con lui sbiancò: anche lei l'aveva conosciuto nei corridoi della scuola materna. La sua esuberanza e le difficoltà a comprenderlo avevano già diffuso tra i bambini una fama che consigliava di stargli alla larga. E, infatti, Andrea mi racconta della prima mattina nella nuova classe alla scuola primaria; caso vuole che i bambini della prima A fossero in numero dispari: indovinate chi era l'unico a non avere un compagno accanto al proprio banco?
“Vedi, io sono rimasto a bocca aperta quando Elisa mi ha raccontato, a modo suo, che Manuel è un bambino disabile, con un ritardo mentale”.
E nel giro di qualche settimana è successo che i nuovi compagni di classe, aiutati dagli insegnanti, hanno capito che le difficoltà di Manuel ad esprimersi non sono dovute al fatto d'essere straniero, ma al suo ritardo. E che manate e spallate non sono gratuite cattiverie, ma segni di un codice espressivo non verbale. Una sorta di scorciatoia per farsi capire in maniera più chiara rispetto ad un linguaggio che fatica a spiegarsi. Sotto l'urgenza di comunicare, insomma, le manate servono a chiamare e “vieni a giocare con me?” si trasforma in un tirare di forza verso lo scivolo.
Andrea mi racconta della capacità d'Elisa di leggere i segni di questo codice e di reinterpretarli per sé e per i propri compagni. Progressivamente la classe ha così potuto sperimentare che Manuel, da bambino diversamente abile, per davvero, è più capace di tanti bambini normodotati di esprimere la propria affettività, il proprio slancio verso gli altri.
“Pensa che qualche mattina, mentre davanti alla scuola porto per mano Elisa, spunta Manuel che prende l'altra mano di mia figlia. E facciamo catena fino al portone d'entrata! D'altra parte – conclude Andrea – so che non sono tutte rose e fiori; ci sono giornate faticose, in cui pare di fare passi indietro…”
Ma intanto questa scuola rivela di poter essere ancora uno strumento potente d'integrazione, non solo tra persone provenienti da paesi diversi, ma anche tra abilità e alfabeti espressivi differenti. E certe volte, come nel caso di Manuel, di saper fare tutte e due le cose assieme.
La nostra tanto vituperata scuola italiana, certi miracoli, ingenerosamente inattesi, li fa.

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