domenica 10 febbraio 2008

Instabili equilibri

“Siamo stati talmente colonizzati dalla cultura aziendale che rischiamo di dimenticare che il lavoro sociale ed educativo è tutt’altra cosa: incertezza, scoperta progressiva, semina d’occasioni”.
Torno volentieri da Marco, al suo centro diurno per ragazzi stranieri senza fissa dimora. Anche oggi, infatti, finisce che mi porto via qualche riflessione. “In questi ultimi anni prevalgono parole come programmazione, output, misurazione dei risultati. Parole sante, ma molto relative. Il lavoro con gli esseri umani rimane ancora lo spazio dell’incerto, degli equilibri instabili e dell’inatteso”.
Marco mi racconta dei primi passi del centro, nato da un’attività di strada con ragazzini nordafricani e rumeni: “Allora non sapevamo ancora molto bene quello che sarebbe successo. Nel lavoro sociale spesso ci si trova a vivere queste situazioni d’incertezza: l’esperienza accumulata ti fa incontrare domande e bisogni, ma la risposta che vai a costruire può essere convalidata solo dalla realtà.  Nelle prime settimane ad esempio, nei nostri giri esplorativi nelle piazze della prostituzione minorile, si addensavano tanti punti di domanda e vivevamo uno strano mix di sentimenti:  momenti pieni di attesa e di curiosità, timori e timidi entusiasmi.”
E poi, finalmente, i primi pomeriggi d’apertura del centro diurno. Anche allora gli operatori erano assaliti da domande: “Saremo in grado di  rispondere alle esigenze dei primi che  varcheranno quella porta? Saremo capaci di confrontarci con gli ospiti e le loro storie? E, al contrario: saremo in grado di non farci assorbire totalmente dal quotidiano?”
Marco ricorda la frustrazione dei primi giorni, nei quali gli operatori aprivano il servizio e non si vedeva anima viva. Poi passarono anche le settimane successive con al massimo due o tre ragazzi... “e lì abbiamo pensato davvero che ‘sto centro, forse, aveva vita breve...”.
Ma quando un primo gruppetto ha iniziato a frequentare costantemente la casa, tutto è stato in discesa: il passaparola ha fatto il resto e dopo poche settimane erano i ragazzi  a cercare gli operatori.
“Ma anche oggi che siamo pieni,  e a volte strapieni, il nostro lavoro comporta fatiche, dubbi e difficoltà. La cosa che è più difficile da reggere è la costante impressione di dover stare in un provvisorio e fragile equilibrio dinamico: ogni volta che apri la porta ed entrano i ragazzi si va per così dire.. in scena. E senza rete. Non sai infatti chi ci sarà, quali casini sono successi durante la notte per strada, che clima c’è nel gruppo che si va a comporre. Sempre diverso ogni giorno.”
L’imprevedibilità del numero dei ragazzi e della composizione del gruppo che si avrà di fronte è la fonte principale di questa instabilità e di questa continua evoluzione che mette talvolta in affanno gli operatori. Ai quali viene continuamente richiesta una buona dose di energia, soprattutto mentale, per andare al di là dei facili automatismi delle spicciole prestazioni assistenziali.
“E poi ci sono le cose di tutti i giorni. Perché le mani nella palta, quando lavori con gente che vive e dorme in strada o giù di lì, ce le metti per davvero: gli odori, le tensioni, gli attriti con chi quel giorno arriva particolarmente storto o alterato. C’è  la fatica di tenere una costante attenzione ai micro episodi che accadono nelle ore di apertura: piccoli fatti che possono far precipitare la convivenza tra le diversissime persone che abitano il nostro spazio”.
Niente di scontato, insomma, e poco di prevedibile e automatico. In due parole: esseri umani.
O, se preferite, instabili equilibri.

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