2 gennaio 2008

Sognando dal parrucchiere

La scena è di quelle surreali, davanti alla quale, come nei fumetti o nei film, chiedi al vicino di darti un pizzicotto al braccio. Sogno o son desto?
In uno stretto corridoio stiamo facendo anticamera; in questi casi s’inganna il tempo curiosando qua e là e, puntualmente, si vaga con lo sguardo fuori dalle finestre.
Sono Fabio e Silvano a chiamarmi, appunto, per guardare fuori, giù nella piazza.
All’inizio non capisco bene cosa ha attirato la loro curiosità, siamo a due passi dalla stazione centrale e sulla strada c’è un continuo fluire di persone e auto. Poi, comincio a mettere a fuoco la scena: prima un crocchio di persone che paiono aspettare e osservare. Subito dopo inquadro l’oggetto della loro attenzione: una donna seduta su uno sgabello da campeggio con una specie di telo blu intorno al collo e al busto. Infine mi accorgo di lei, la parrucchiera, che con calma e apparente perizia sta procedendo ad accorciare la chioma della persona sullo sgabello. E lì accanto un’altra seggiola, su cui arriva a sedersi un uomo che s’accorda con una seconda operatrice, armata di forbice e pettini. E’ un attimo e l’improvvisato salone, lungo la strada trafficata, si avvia a pieno regime. Ovviamente mancano gli strumenti cui siamo abituati, dal phon al lavandino alle riviste per ingannare l’attesa, ma gli atteggiamenti e  i gesti sono quelli consueti di qualsiasi negozio d’acconciatura.
Restiamo a guardare, mezzi incantati e mezzi divertiti, questo gruppo di uomini e donne stranieri che mettono su dal nulla un’improbabile quotidianità e intimità. Dall’aspetto esteriore e dagli atteggiamenti devono essere slavi, probabilmente russi o ucraini.
A completare la scena surreale c’è pure, a 50 metri o giù di lì, una pattuglia di vigili urbani intenta a controllare il traffico.
Siamo al centro della città, non in periferia; stiamo nel cuore della municipalità che ha proclamato la “tolleranza zero”; stiamo infine vivendo i giorni dell’”allarme rumeni”.
Eppure tutto qui appare normale, consueto.
Mi fermo un attimo a riflettere sulla reazione mia e dei miei amici qui accanto. E mi chiedo con quali sguardi diversi si possano leggere quelle dieci persone laggiù.
Si può rimanere colpiti dalla capacità di costruire socialità, dalla ferma volontà di preservare i legami sociali, familiari e nazionali, anche in mezzo ad una città che viene descritta come fredda, se non ostile. Si può apprezzare la capacità di abitare gli spazi pubblici, questo “mettere tutto in piazza” che ha un sapore di borgo antico, di tempo andato; da italiani, si può persino guardare con simpatia alla capacità e, si sarebbe detto una volta, all’arte di arrangiarsi.
Ma, all’opposto, questa medesima scena può far nascere o confermare la sensazione che ormai in Italia si possa fare tutto ciò che si vuole; che in particolare gli stranieri, pur sotto gli occhi della polizia, possano saltare qualsiasi minima regola di convivenza. E se si può fare tutto, se nessuno controlla, allora puoi sentire anche che può accaderti di tutto.
La scena è la stessa; i sentimenti opposti. Che cosa può determinare questo diverso sentire?
Io. Me stesso. Ciò che cambia è il mio  mondo interiore di adesso, di queste settimane, di questi anni.
E mi tornano in mente le parole che mi ha scritto Massimo, un mio carissimo amico: “Chi oggi strilla che le nostre città sono insicure non si rende conto neanche lontanamente che sta continuando ad inalare un virus mortale nel tessuto sociale e morale del nostro popolo. Un virus letale che indebolisce la fibra culturale della società e che impedisce di affrontare le diverse traversie che la vita ti mette davanti. Mina l’unica forma di sicurezza di cui abbiamo veramente bisogno, quella sicurezza interiore che ti porta ad affrontare con ottimismo l’ignoto e le difficoltà che la vita ti fa incontrare. Una sicurezza che nessuna arma o corpo di polizia potrà mai sostituire”.
Sogniamo  o siamo desti?

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