10 gennaio 2008

Giovani viaggiatori

“Però scrivile le cose che ti ho detto, anche se non sono politicamente corrette, anche se quasi nessuno vuole sentirle”. Marco mi saluta così, mentre esco dal centro: una villetta alla periferia di Milano, trasformata per ospitare, durante il giorno, una ventina di giovani migranti che vivono nelle strade di Milano.
Sono ragazzi che arrivano, spesso da soli, dal Marocco, dalla Romania, dalla Bulgaria portandosi dietro un sogno difficile, quello di poter guadagnare abbastanza per realizzare i progetti propri o quelli della propria famiglia. Un sogno che costringe a rinunciare all’adolescenza per sopravvivere in alloggi di fortuna, mangiando nelle mense, racimolando in mille modi i soldi di cui si ha bisogno.
Qui oggi quegli stessi  ragazzi trovano luoghi e tempi per lavarsi, materiale di prevenzione e di profilassi, stanze calde dove riposare, laboratori d’italiano, occasioni di gioco, la presa in carico della loro salute, adulti con cui confrontarsi.
Il centro di Marco è  una specie di stazione di servizio, fatta apposta per rifiatare. “Rispondiamo ai bisogni primari dei ragazzi  e cerchiamo di rendere più sostenibile e compatibile  la condizione di clandestinità e di assenza di una dimora dignitosa. Qui i ragazzi trovano rispetto, tranquillità, ma possono anche riscoprire cose, come la dimensione del gioco, che nella vita di strada stanno perdendo”.
Ma  non c’è solo questo: “Abbiamo la percezione di essere un’antenna, una specie di sonda nelle viscere più intime della città. Da qui vedi le cose come stanno, vedi concretamente come vivono i clandestini a Milano. E ogni giorno abbiamo la sensazione di una nuova scoperta. Da un lato si tratta di una scoperta diciamo pure etnografica (i costumi, le tradizioni, i diversi modi di sentire e di vivere); ma dall’altro abbiamo scoperto, per così dire,  il volto giovane delle migrazioni”.
E’ questo l’aspetto a cui Marco tiene di più: quello della normalità, della ferialità, che si scopre soltanto se si è capaci di andare al di là delle etichette correnti. “Guarda, le semplificazioni in questo caso non servono davvero a descrivere i diversissimi percorsi d’emigrazione. A noi, ad esempio, colpisce sempre una dimensione trascuratissima, che è quella del viaggio, del viaggiare in sé. In moltissimi dei ragazzi che incontriamo non c’è fuga dal proprio ambiente originario e nemmeno uno stringente bisogno. Prevale piuttosto la dimensione della ricerca, della curiosità. Insomma, la dimensione del viaggio, della scoperta e dell’avventura non occupa un posto secondario nella migrazione dei giovani e giovanissimi. Per questo ci sembra di essere, piuttosto che un servizio per migranti, un servizio per giovani viaggiatori. Viaggiatori spesso imprudenti, sconclusionati e talvolta aggressivi e violenti. Ma viaggiatori”.
“E poi, senza neanche troppo volerlo, siamo diventati anche un “normale” centro d’aggregazione. Parrà strano, ma  i ragazzi qui dentro non portano le loro fatiche, la loro marginalità o trasgressioni, portano piuttosto la loro normalità di ragazzi e giovani come ce ne sono tanti. E noi vediamo davvero dei giovani tutto sommato integrati: negli stili di consumo, nella visione del mondo, nei gusti musicali e nell’abbigliamento. La globalizzazione soffia forte anche in questi gruppi così marginali: i consumi si meticciano, fino a dar vita a un vero e proprio sincretismo di culture.  Quando chiacchieri con loro, tra una merenda e una seduta davanti al computer, ti rendi davvero conto che per questi ragazzi i confini non ci sono più. Da un pezzo.”
Clandestini? Giovani. Viaggiatori.

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