sabato 10 novembre 2007

Artigiani

Non ci avevo mai pensato. Anzi, ogni volta che, in metrò o sui quotidiani,  inciampo nella pubblicità di uno dei grandi centri d’accoglienza per i poveri e i marginali della città, mi coglie l’ammirazione e, perché no,  una punta d’invidia per i grandi numeri che possono esibire: migliaia di pasti forniti dalle mense, centinaia di docce e altrettanti cambi d’indumenti la  settimana. Ma oggi Marco mi ha indicato una prospettiva nuova dalla quale leggere quelle che lui chiama le “industrie dell’assistenza”; mentre entriamo nel piccolo centro diurno per “senza dignitosa dimora” che dirige, mi parla, infatti, di ciò che si è ripromesso di non fare. “Prima di aprire questo centro, un paio d’anni fa, abbiamo fatto una ricognizione in alcune grandi agenzie per l’accoglienza in giro per l’Italia.
E’ lì che abbiamo visto un tipo d’assistenza che noi non vogliamo replicare: quella dove le persone tendono a diventare numeri e le loro storie a sbiadire. Luoghi, insomma, in cui lo stigma sociale pare riaffermarsi proprio nel momento della cura e dell’aiuto. Ce ne sono, sai?”.
Lo guardo un po’ sorpreso e allora mi chiarisce meglio cosa intende dire: “Pensa che abbiamo visto mense per i poveri nelle quali ai volontari è vietato parlare con gli utenti; posti in cui per fare la doccia bisogna stare in lunghe file, guidati a cenni da operatori con guanti e bastoni che indicano il turno. In alcuni posti, subito dopo la doccia, per pulirla si usa direttamente una lancia a pressione che spara acqua e disinfettante. Quali messaggi pensi che passino alle persone trattate in questo modo?
A noi questo modello seriale non piace per nulla. D’accordo, facendo così si “producono” più servizi. Ma si perdono di vista gli uomini. E allora preferiamo adottare uno stile di lavoro più artigianale che industriale, in cui le persone sono salutate all’entrata e guardate negli occhi.”
Entriamo così nella piccola villetta che ospita ogni giorno una ventina di giovani alle prese con la vita da strada. Anche qui le persone possono trovare un pasto caldo, una doccia e delle lavatrici per il bucato, il deposito bagagli, computer connessi col mondo e stanze per ritemprarsi.
“Noi – continua Marco - intendiamo offrire innanzitutto  un luogo e un tempo di relazione, di racconto e di parola. E vogliamo rimanere degli esseri umani che hanno a che fare con altri esseri umani. Abbiamo così impostato un servizio ad alto contenuto emotivo e relazionale: ogni nostra prestazione, in fondo, è il “pretesto” per attivare parti delle persone che altrimenti tenderebbero a scomparire dietro i ruoli sociali e le pre-comprensioni”.
“Il centro del nostro lavoro è la reciprocità e l’aiuto reciproco. Vuoi un esempio? Prendi Samir, che è diventato il parrucchiere ufficiale della nostra casa. Samir è un ragazzo muto - a dire il vero non abbiamo ancora capito se è anche sordo - che dopo qualche settimana di frequenza ha cominciato a proporsi per tagliare barba e capelli ai propri compagni. La cosa è risultata, oltre che utile, molto gradita dagli altri ospiti e Samir è diventato pure il barbiere personale di alcuni tra noi operatori. Ecco, questa persona è diventata risorsa per il centro e si è fatta riconoscere per due elementi che difficilmente si riconoscono ad un “senza fissa dimora”: l’autonomia e la competenza. Nel suo caso, poi, è avvenuta un’importante inversione dei ruoli tra operatore e “utente”: è stato lui, tagliando i capelli, a rendere un servizio a noi operatori. E così siamo cresciuti tutti; come persone e non come numeri”.
Artigiani.

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