domenica 14 ottobre 2007

Border line

Quando l’incontro mi dà sempre l’impressione di essere leggermente inchinata. La lieve inclinazione del busto e della testa dà, infatti, una certa sensazione di rispetto, quasi di sottomissione. Il resto del corpo però no: gli occhi vividi e diretti, il sorriso aperto e quel parlare continuo, insistente, ma allo stesso tempo caldo e cordiale.
I bottoni che ti attacca sono leggendari e per questo devi stare un po’ all’erta, soprattutto se sei di fretta; ma oggi il tempo non manca e vale la pena fermarsi ad ascoltare Donka.
La incrocio per caso nel corso di uno dei suoi periodici giri tra le persone che la sostengono e le permettono di arrivare alla fine del mese. Donka è sempre stata così: al contrario di molti zingari, è sempre riuscita a suscitare simpatia e solidarietà spontanee. Fin da quando, nonostante la sua cittadinanza italiana, abitava con i figli in una roulotte ai margini di un cantiere edile, a due passi dalla stazione.
Da allora sono passati più di dieci anni, ma lei continua a coltivare rapporti, intessere legami e ottenere aiuti senza i quali dovrebbe andare a caritare per strada. In questo lungo periodo ne sono successe di cose: il traguardo di una casa pubblica, alcuni tentativi falliti di far decollare un’impresa artigiana familiare e un terribile incidente in motorino del figlio maggiore, ancora in cura tra un intervento chirurgico e l’altro.
Col passare del tempo Donka e i suoi familiari si sono radicati e sono diventati cittadini a tutti gli effetti. E’ anche per questo che so già quale sarà l’argomento di oggi: dalle locandine affisse alle edicole il sindaco ci avverte che non tollererà più la presenza dei rom. “Tolleranza zero”, per usare un’espressione originale.
Ed eccola qui, infatti, a ragionare sull’ennesimo battage mediatico sulla pericolosità dei rom. Mi dice che fare di tutta l’erba un fascio non è giusto, perché ci sono intere famiglie che stanno in questa città da tanti anni, mandano a scuola i figli, hanno fatto evidenti sforzi per integrarsi e non danno fastidio a nessuno. Quelli che fanno davvero danni, a suo dire, sono “i rumeni” che vengono dai campi di Milano e importunano la gente: al mercato, sui sagrati delle chiese, davanti ai negozi. “D’altra parte, diciamo le cose come stanno, di vigili in giro se ne vedono ben pochi!”.
Eccoci: ci mancava anche l’apparente paradosso di una donna rom che si lamenta perché non vede la polizia locale sulle strade! Eppure è proprio così: la realtà, se la guardi in faccia davvero, alla fine ti sorprende, perché si fa un bel baffo dei tuoi stereotipi.
Donka continua a parlarmi, ma io rimango indietro: a pensare alla sua concretezza e al realismo, alla sua capacità di distinguere ciò che va distinto in un affare complesso e complicato come questo.
Penso anche che le persone come Donka hanno il dono e la responsabilità di mettere insieme identità così distanti e conflittuali. Come essere attraversati da un confine invisibile, anzi da un fronte.
Strano destino, quello degli zingari: sono l’unico popolo a non aver mai posseduto una terra e dunque a non aver mai fatto una guerra con le armi. Nonostante ciò, tra i rom e tutti gli altri (noi “non rom” o gagè) è in corso ancora oggi un vero e proprio conflitto non dichiarato, nel corso del quale ogni mossa degli uni è interpretata come ostile dagli altri; e ogni sgombero e ogni scippo per strada non fanno che allargare lo spazio tra le trincee. Quella terra di nessuno, appunto, dove Donka continua a parlare.
E ad inchinarsi leggermente.