sabato 29 settembre 2007

Piazze

“De gustibus non disputandum est”, dicevano i latini, e torto non avevano. Tuttavia è facile pensare che anche tra gli antichi romani ci fossero dispute e discussioni attorno al lavoro degli architetti e degli urbanisti dell’epoca. Possiamo insomma tranquillamente immaginare che quelli che oggi a Roma, e in giro per il mondo, ci paiono resti magnifici d’importanti edifici possano essere stati anche oggetto di critica da parte di chi ci doveva avere a che fare ogni giorno.
E’ probabilmente sempre stato così: col tempo gli spazi sono attraversati e abitati, facendo mutare il giudizio sullo spazio urbano che si ha davanti; per lo più ciò che all’inizio sembra brutto, o inutile, o addirittura dannoso acquisisce con l’abitudine una sua irrinunciabile familiarità. O viceversa.
La storia dell’architettura, infatti, è piena di costruzioni criticate, o addirittura stroncate, che diventano simboli universali (la tour Eiffel su tutte), o viceversa di manufatti concepiti da celebrate avanguardie declassati dal degrado a ghetti urbani.
Nonostante tutto ciò, il giornale che ho davanti mi lascia un po’ d’inquietudine. Il paginone locale è dedicato alla  riqualificazione di una delle piazze storiche della città e alla nuova fontana che ne occuperà il centro. “Una fontana – ricorda il periodico – che ricorderà la presenza di un vecchio corso d’acqua, ora tombinato ma presente nella memoria della città. La riqualificazione sarà completata con percorsi d’acqua, spazi a verde e vialetti pedonali con panchine”. Insomma, un tentativo di ritrovare le radici di una comunità locale e di sottrarre spazio all’automobile per favorire le attività umane del camminare, del sostare, del comunicare con gli altri.
Ma le reazioni dei sei commercianti della piazza chiamati a commentare la futura sistemazione urbanistica mi lasciano davvero di stucco. A prevalere di gran lunga sono, infatti, le paure per un nuovo spazio avvertito più come una minaccia che come una risorsa.
Ascoltiamoli: “ Adesso la cosa importante è che mettano le telecamere e un’illuminazione adeguata, oltre naturalmente ad eseguire controlli ogni sera in modo da evitare che la piazza venga ben presto ridotta ad un ammasso di rifiuti, cartacce e bottiglie abbandonate ovunque”; “Il progettista non ha calcolato che la piazza diventerà una pista di lancio per i motorini. La fontana? Fatta così a cosa serve, probabilmente a nascondersi”; “I muri che hanno fatto attorno alla fontana sono troppo alti e diventeranno presto un posto dove i soliti ignoti disegneranno i loro murales. Una volta terminate le opere, sarà necessario anche curarle posizionando telecamere e aumentando la presenza delle forze dell’ordine in zona”; “La nuova fontana? Per me è una stupidata. L’esterno sarà il ritrovo degli stranieri: sinceramente non ne vedo l’utilità”.
Il quinto sceglie una posizione attendista (della serie “prima di parlare preferisco che il cantiere sia finito”).  Solo l’ultimo dei nostri interlocutori coniuga la sicurezza con la socialità: ”Se gestita bene e controllata, potrebbe essere un nuovo punto d’incontro per la popolazione locale e per i frequentatori del centro storico”.
Per il resto, un sacro terrore di motorini, crocchi di stranieri e graffiti. Quando capiremo che siamo noi, per così dire adulti indigeni, ad esserci ritirati dalle piazze e ad aver lasciato campo libero ai pochi, immigrati o ragazzini che siano, che ancora non hanno perso il gusto o non hanno alternative per costruire socialità che la piazza o la strada?
Più ci ritiriamo e chiudiamo e più abbiamo paura. Di tutto.
Così difficile capirlo?

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