martedì 14 agosto 2007

Kit e penna nera

Sarà la poca confidenza che ho coi moduli in generale o l’ansia sottile che mi coglie quando devo compilarne uno, in banca o all’ufficio postale. Sarà; ma io mi sono già perso.
L’assemblea di questa sera è stata organizzata da Migramondo, il locale sportello migranti, per illustrare le ultime novità in tema di rilascio e rinnovo di permessi, contratti e carte di soggiorno. Bisogna spiegare, infatti, le nuove modalità elettroniche e i procedimenti on line, e c’è da puntualizzare la procedura per i “nuovi” cittadini europei: bulgari e rumeni.
E poi, ancora una volta, sopra tutto e tutti, c’è da capire come trattare lui: il kit.
Si tratta di quell’insieme di moduli che è necessario ritirare in posta (a pagamento) se si vuole avviare la pratica di rinnovo delle autorizzazioni a rimanere in Italia o se bisogna cominciare l’iter per un ricongiungimento familiare.
Ma, come spesso accade nella burocrazia italiana, il ritiro del kit è l’inizio di un’avventura: quella della sua compilazione.
Innanzi tutto le regole: ci sono le istruzioni contenute nel kit, d’accordo, ma devono essere confrontate con le circolari delle poste, a loro volta con le disposizioni dei distretti postali e, dulcis in fundo, con le disposizioni delle questure.
E’ qui, come dicevo, che io mi sono perso. Cioè all’inizio del percorso.
Ma gli altri no, mi accorgo che la sessantina di cittadini extracomunitari presenti segue con attenzione prescrizioni e consigli: registra che si può utilizzare solo una biro nera, che per la lettura ottica bisogna sempre iniziare a scrivere dal primo spazio libero da sinistra, che è tassativamente vietato inserire fermagli o punti metallici nel kit da riconsegnare.
Né si spostano sulle sedie quando arriviamo ai bizantinismi: apprendiamo infatti che alla fine della compilazione è necessario contare, uno per uno, tutti i fogli che s’inseriscono nella busta e scrivere la cifra in un’apposita casellina.
Ma non si creda che questo insieme di regolette minute abbia chiarito tutto quello che c’è da fare; gli operatori, per esempio, pur essendo preparatissimi, non sanno ancora dire come bisogna comportarsi quando si hanno più di quattro figli. Il kit, infatti, ha spazio solo per i dati anagrafici di quattro bimbi; ma se ne hai di più che si fa: sarà permesso fotocopiare? O bisogna procurarsi un secondo kit (e relativa doppia spesa) dal quale prendere ciò che serve ad integrare il primo? Boh.
A mano a mano che gli operatori dello sportello illustrano meccanismi, trucchi e avvertenze per compilare correttamente tutta la documentazione del kit, quest’ultimo prende progressivamente vita autonoma.
Comincio a pensare che il kit non sia una semplice busta piena di moduli numerati, il kit è piuttosto una specie di piccolo tiranno capriccioso e crudele che bisogna saper prendere; un burocrate puntiglioso e inacidito. Se sbagli, non perdona.
E per sapere se hai commesso errori non c’è che da aspettare, perché l’indirizzo internet che viene fornito ti avvisa, al massimo, che “la tua pratica è in via di definizione”. E, manco a dirlo, i tempi d’attesa non sono quelli previsti dalla normativa. Venti giorni? Ma si figuri, tre o quattro mesi per la convocazione in questura, ai quali sono da aggiungere i tempi tecnici di quest’ultima. Insomma per un rilascio ci vogliono almeno quattro o cinque mesi, salvo complicazioni.
Dunque ai nuovi italiani riserviamo un’accoglienza arcigna e lunatica, del tutto inattendibile. E allora, nella nuova legge sulla cittadinanza ci si può tranquillamente risparmiare l’esame di lingua italiana; chiediamo ai migranti se hanno letto Kafka. Qui, serve di più.

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