martedì 10 luglio 2007

Zona Cesarini

Il campo di calcio sta in mezzo alla ricca e verde Brianza. La stretta strada che percorriamo, infatti, si infila sinuosa tra le colline che annunciano l’arrivo imminente delle prealpi. E lungo la strada Bruno mi indica le ville più o meno antiche che, dal ‘700 in poi, i nobili e poi i ricchi milanesi hanno costruito da queste parti. Intravediamo anche il grande parco della dimora di uno dei protagonisti di tangentopoli. Il cancello si chiude su un viale che pare non avere fine. E questo dà l’idea.
Dunque tranquillità, agiatezza, benessere non esibito ma fieramente custodito.
E noi: che ci facciamo qui?
Cerchiamo, appunto, un campo di calcio dove si svolge uno strano torneo, organizzato dall’associazione di cui Bruno è uno dei responsabili.
L’organizzazione di volontariato si occupa dell’inclusione sociale di giovani e minori e oggi ha promosso un meeting per far incontrare i diversi ragazzi  di cui si occupa e gli educatori dei numerosi progetti diffusi sul territorio provinciale. Detto così può sembrare uno dei classici “trofei” pre-estivi in cui si affrontano squadre giovanili. Ma basta arrivare a una cinquantina di metri dall’impianto sportivo per annusare un’aria tutta particolare: ti imbatti per prima nella musica sopra le righe, nel camper dell’unità di strada, poi nella imponente griglia in cui comincia a sfrigolare la carne; infine in una piccola babele di giovani e giovanissimi. Il torneo mette infatti di fronte nove squadre il cui assortimento è tutto un programma: due squadre di ragazzi delle bande di latinos che da qualche tempo fanno parlare di sé sulle cronache locali milanesi, due composte da giovani nordafricani incontrati nelle attività di educativa di strada, quella della comunità per tossicodipendenti, tre compagini di centri sociali di periferia e una di consumatori problematici di cocaina.
L’insieme è un po’ surreale: su questo rettangolo erboso circondato da tranquille e borghesi villette (“non fate andare il pallone oltre la siepe, perché quello non ce lo ridà, per principio”) rap e canzoni latinoamericane danno il ritmo al susseguirsi delle partite.
Grande fair play in campo e fuori, promosso e vigilato da una invisibile rete di relazioni educative costruite nel corso degli anni dagli operatori sociali. Ogni tanto Bruno dà qualche indicazione più precisa e ferma: c’è da controllare, per esempio, che il numero di birre circolanti tra i latinos non salga oltre il livello concordato.
Non c’è improvvisazione qui e non manca la consapevolezza di avere concentrato quasi tutte le cause, vere o presunte, delle nostre paure e insicurezze di cittadini padani: bande giovanili, tossicodipendenti in comunità, consumatori di cocaina a piede libero, maghrebini dalla pelle olivastra e dal diverso credo (sulla piastra, non a caso, c’è anche del pollo). Mancano all’appello zingari e prostitute, ma scherzando Bruno dice che l’anno prossimo, nella seconda edizione del trofeo, cercheranno di riparare alla svista.
C’è consapevolezza, dicevo, dei problemi e delle tensioni che una convivenza di questo tipo può creare, non vedo insomma anime belle; vince piuttosto la voglia di andare al di là, di giocarla fino in fondo la scommessa di ridare dignità e protagonismo a chi sta agli ultimi posti nella classifica del prestigio sociale.
D’altra parte Renato Cesarini, da buona mezz’ala sinistra, lo sapeva bene: c’è sempre una speranza di pareggiare, fino all’ultimo secondo della partita.
Basta non arrendersi alle apparenze.