10 giugno 2007

L'albero scacciapensieri

Che cosa può rimanere impresso di Arianna al primo incontro? L’accento, probabilmente: quelle vocali strette dove non te le aspetti e quella cantilena così… pedemontana. Lecchese, non c’è dubbio.
Tutto il resto, invece, è talmente contenuto da suscitare una certa impressione di fragilità: il corpo minuto, gli occhiali da miope-miope, le spalle piccole. Eppure su quelle spalle si regge da più di cinque anni una comunità per tossicodipendenti. E’ lei, infatti, a coordinare il gruppo d’operatrici che ogni giorno fa andare avanti questa struttura terapeutica tra le colline della Brianza. Una comunità che ha una storia più che trentennale e che cerca di stare al passo delle trasformazioni che attraversano i consumi di sostanze e il “trattamento” delle tossicodipendenze.
Si pensa spesso alle comunità come a microcosmi molto strutturati e dalle regole immutabili; strutture “totalizzanti” per metà carceri e per l’altra ospedali. Eppure anche le comunità terapeutiche sono organismi vivi, che si trasformano nel tempo; quanto questi mutamenti siano intenzionali e quanto invece frutto d’adattamento agli stimoli e ai vincoli del “sistema” dei servizi è difficile dirlo. Fatto sta, ad esempio, che se fossimo venuti qui sei anni fa avremmo trovato un gruppo di ospiti abbondantemente sopra i trenta, eroinomani, con plurime ricadute e varie esperienze in diverse comunità. Oggi invece la comunità di Arianna ospita un gruppo di quindici giovani e giovanissimi, tutti poliassuntori e alla loro prima esperienza comunitaria. Un patchwork di brevi percorsi, differenziati e diversificati, alla ricerca di risposte e servizi sempre più personalizzati.
Sorride divertita, Arianna, quando descrive il “suo” gruppo di ragazzi. “Sì, c’è un po’ di tutto e noi siamo diventati decisamente più flessibili, perché la gamma di problematiche che abbiamo davanti c’impedisce di fissarci su un metodo rigidamente applicato. Ci sono i giovanissimi, appena maggiorenni e in cerca di un forte punto di riferimento. E poi quelli compensati solo grazie al metadone o agli psicofarmaci, sempre più diffusi sia come sostanza d’abuso che come strumenti di progressiva riabilitazione. Oggi c’è da parte nostra molto più maternage di un tempo, e forse chi ci manda i ragazzi più giovani ci sceglie proprio per questa nostra caratteristica”.
I percorsi di chi arriva qua, insomma, sono sempre meno lineari e interpretabili secondo un’unica prospettiva. Questo chiede agli operatori, e a chi li coordina, ancora più impegno; ed è proprio questo, forse, il punto fermo della comunità: la passione di chi ci lavora.
“A me piace questa vita – confessa Arianna – mi piace stare in comunità, seguire le persone nel loro cammino, capire insieme che cosa è meglio per loro. Non è facile: bisogna avere la capacità di tenere dentro tante cose che riguardano intimamente ciascuno dei ragazzi. E seminare occasioni”.
Fisso per un attimo questa piccola donna che per milleduecento euro al mese si fa carico ogni giorno delle vite complicate di quindici ragazzi. Penso alla distanza tra il prestigio sociale (pressoché nullo) e la complessità del mestiere che fa, alle notti, alle emergenze, alle tensioni emotive.
Le chiedo come si faccia a mantenere nel tempo un sano equilibrio tra vita personale e professionale; “semplice – mi risponde – sulla strada che mi porta a casa c’è un albero. Ho deciso che tutti i pensieri e le preoccupazioni della comunità devono rimanere prima di quell’albero. E loro si fermano lì”. 
Un albero scacciapensieri. Un piccolo segreto. Minuto, come tutto il resto.

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