10 maggio 2007

A casa

Non capita tutti i giorni di veder aprire un nuovo “villaggio solidale” per famiglie rom. A dire il vero non succede nemmeno tutti gli anni, se si abita nell’hinterland milanese. Infatti, qui ci sono voluti sei anni di battaglie e contrasti per realizzare questo insediamento regolare e regolato di zingari: piccole casette prefabbricate, un quadrato di verde per ciascun nucleo, luce gas e acqua come dio comanda. Sono stati sei anni di cocciuto contrasto al pregiudizio, durante i quali è successo un po’ di tutto: divisioni nella maggioranza che governa il Comune, referendum padani, geometri “obiettori” che si sono rifiutati di progettare un “campo per quelli là”.
Ma ora ci siamo. Respiro. Casa.
Le famiglie arrivano ad una ad una scortate da auto della polizia che, fortunatamente, si rivelano inutili: non ci sono, com’è capitato altrove, blocchi stradali o sit in di protesta. Tutto avviene in una bella giornata d’anticipata primavera e l’aria è, in ogni senso, tranquilla.
“Loro” sono in 55, quasi tutti donne e bambini ed è per questo che camper e roulotte sono manovrati da uomini della protezione civile; impegno tutt’altro che facile: qualcuno di questi mezzi è stato fermo per anni e i freni sono diventati un optional. E poi c’è la difficile impresa di parcheggiare a contatto coi  prefabbricati, in modo da ristabilire una divisione tradizionale delle nostre abitazioni: da un lato la “zona giorno”, dall’altro la “zona notte”. Casa.
Mi rendo conto di essere di fronte all’ultimo atto di un lungo percorso che ha portato queste famiglie a lasciare terreni occupati abusivamente per approdare ad una nuova regolarità e normalità. C’è chi bolla questo posto come un ghetto, incapace di realizzare integrazione vera. Sarà, eppure oggi è giusto gustarsi oggi questo piccolo successo. Vuol dire infatti che certi interventi, nonostante tutto, si possono fare. E quindi si devono tentare.
Mentre a fatica entra il terzo camper, guardo gli operatori sociali e i volontari che si muovono tra un prefabbricato e l’altro: consultano l’elenco, indicano le nuove “casette” alle capo famiglia, salutano i bambini, aiutano a spingere al loro posto le roulotte. Guardo Aldo, in particolare. Lo conosco da molti anni e cerco di indovinare il suo stato d’animo: da sempre impegnato nel movimento per la pace, due anni fa ha lasciato il suo impiego d’ingegnere nei cantieri edili e ha voltato completamente pagina: da allora è il direttore di una cooperativa sociale che si occupa d’emarginazione e inclusione sociale.
Lo vedo muoversi sicuro tra i prefabbricati, in fondo lo scenario è molto simile ai “suoi” cantieri. Scommetto che anche lui sta riflettendo su quest’analogia e spero che apprezzi appieno una giornata che da sola può dare significato alla sua scelta di vita. Certo, verranno i giorni della gestione ordinaria di quest’insolito condominio, non tarderanno i problemi della quotidianità e le difficoltà. Ma oggi è tempo d’orgoglio; spero che Aldo e gli altri ne siano consapevoli e lo possano gustare per intero.
Gli operatori che mi girano intorno hanno ormai superato gli anni della gioventù e solo per questo non si può utilizzare per loro il titolo del film di Giordana. Penso però di essere di fronte alla “meglio maturità”: uomini e donne che con la loro motivazione e il loro impegno riscattano la superficialità e la grettezza delle nostre comunità.
E’ passata un’ora dai primi arrivi nel villaggio e già i bambini organizzano i loro giochi all’aperto. Uno dei pochi uomini presenti comincia a bagnare il prato, mentre le donne si mettono a lavare i vetri dei prefabbricati.
Fra tre giorni verrà alla luce il primo neonato del piccolo centro.
Fiocco azzurro. Casa.

Nessun commento:

Posta un commento