14 aprile 2007

Antidoping di classe

Non ce n’è uno qui che sia d’accordo, e si capisce. Il Ministro degli Interni  ha lanciato la sua proposta-provocazione: l’antidoping per accertare e scoraggiare il consumo di sostanze nelle scuole superiori. E’ la notizia del giorno per i giornali sul tavolo.
Attorno al tavolo, invece,  ci sono i nove educatori del progetto “Drugs”, dieci anni d’incontri con gli studenti delle scuole milanesi.
C’è scetticismo e un po’ d’ironia nelle chiacchiere che precedono la riunione mensile dell’equipe di progetto: chi fa spallucce, chi chiude i quotidiani con una smorfia e chi si chiede ad alta voce se l’antidoping sia stato fatto al Ministro, dopo le sue esternazioni.
Insomma, non è aria.
Per capirne le ragioni bisogna mettersi nei panni di questi operatori, che dedicano tutte le loro mattine alla progettazione e realizzazione d’incontri d’informazione e prevenzione con gli studenti. Un lavoro sotto traccia, che non emerge pressoché mai all’attenzione dell’opinione pubblica, attratta di tanto in tanto dalle ricette del politico di turno  che “scopre” il problema del consumo di sostanze tra i teen agers. Tra una ricetta e l’altra, invece, tanto silenzio e pochi finanziamenti, come se non ci fossero in giro per l’Italia esperienze da ascoltare, da sostenere e dalle quali, più umilmente, imparare qualcosa.
“Drugs” rappresenta una di queste esperienze, fatta d’appuntamenti classe per classe, in cui al centro sta la relazione e l’interazione con e tra i ragazzi. Il talento del progetto, infatti, sta tutto in questa capacità di calare le informazioni sulle droghe in una relazione calda, fatta innanzitutto di empatia e vicinanza con gli studenti. Senza giudizi né pre-giudizi.
Ogni incontro comincia dalla destrutturazione del setting consueto: via i banchi e tutti in cerchio. E si parte non da quello che si “dovrebbe” sapere, ma da ciò che il gruppo di ragazzi realmente sa e vive nella vita di tutti i giorni. Foglio bianco appeso alla lavagna, pennarelli, brain storming.
E poi via: confronto, discussione, piccoli gruppi, giochi di ruolo su ciò che succede  il venerdì sera. Si può così parlare liberamente dei propri consumi o di quelli degli amici, di come si sta se il gruppo “fuma” e io no, o di come è necessario comportarsi se il proprio partner esagera con l’alcol.
Va da sé che ogni entrata in classe richiede un’alta competenza relazionale e una capacità quasi innata di spendersi in una relazione “senza rete”. Come senza rete, in fondo, è ogni rapporto autentico con adolescenti; sempre pronto a cambiare rapidamente, secondo equilibri complessi e delicati. E tutto sommato un po’ misteriosi.
Per questo l’idea dell’antidoping, nella sua “semplicità” e drasticità non raccoglie molti consensi tra questo pugno di educatori.
Tra battute e sarcasmo, è la responsabile del gruppo, Carla, a mettere in fila due semplici considerazioni: “innanzitutto, proponendo l’antidoping dopo le interrogazioni o i compiti in classe, il Ministro senza volerlo ha avvalorato l’uso delle sostanze come strumento di miglioramento delle prestazioni scolastiche. Ovviamente  non è vero che farsi migliora il rendimento scolastico ed è sbagliato anche solo farlo credere. In secondo luogo sarebbe necessario porsi la domanda più importante: e dopo? Cioè cosa dovrebbe accadere dopo aver accertato l’uso di sostanze? Se il contesto circostante rimane carente, non è certo con l’analisi delle urine o del capello che faremo passi in avanti”.
Come dire, la scuola ha probabilmente bisogno di recuperare ruolo sociale e autorevolezza educativa, ma la strada è un’altra. E non ce la indicherà l’antidoping.

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