10 marzo 2007

La botte della civiltà

Non so chi l’abbia coniata per primo, né saprei dire quante volte l’ho già sentita. La frase suona più o meno così: “Il livello di civiltà di una società si vede da come vengono trattati i più deboli”. Ci sono versioni che riguardano i piccoli, o i malati. Ma la sostanza non cambia.
E’ proprio questa frase, per la prima volta veramente compresa nei suoi significati più profondi, a saltarmi in mente mentre esco dalla comunità ad alta protezione gestita dalla locale unità operativa di psichiatria.
Ho appena partecipato a un “open day in psichiatria”, una giornata d’incontro tra operatori e utenti della comunità e le classi quinte del liceo artistico della città. Qui, infatti, psichiatri, assistenti sociali ed educatori continuano a coltivare il sogno e il progetto di una psichiatria di territorio. Non importa se il territorio, nella sua accezione di tessuto sociale riconoscibile e coeso, non esista quasi più, diluito ed esploso nei frammenti della post modernità individualista. Non importa nemmeno, o non più di quel tanto, che le unità ospedaliere abbiano da tempo cortocircuitato nella loro corsa all’aziendalizzazione.
Qui il budget viene dopo l’uomo. E non è retorica.
Il clima all’inizio della giornata è quello imbarazzato delle feste in cui non conosci quasi nessuno: sguardi, presentazioni, ricerca del proprio posto. Poi l’ambiente si scioglie, con studenti e “matti” che si alternano sul palco allestito nel grande salone-hall della struttura sanitaria. E’ la prima attività della mattinata: la pièce teatrale. Subito dopo, divisi in piccoli gruppi, i ragazzi danno vita a laboratori di cucina e di arte; e cominciano i primi veri scambi tra ragazzi, operatori, pazienti e alcuni loro familiari.
Questi ultimi si sono organizzati da cinque anni in una associazione che incontro periodicamente. E’ bello rivederli in questa occasione, scambiare quattro chiacchiere e fare il punto della  situazione delle attività messe in cantiere. Paolo, ad esempio, è uno dei genitori più attivi dell’associazione e mi parla del corso d’informatica che è ormai pronto a partire; poi, senza che io colga un passaggio logico, viene fuori con una frase che è per me una specie d’illuminazione: “Portare avanti le proprie idee è come spingere una botte in salita: non puoi mai mollare, perché se no la botte torna indietro. E allora addio”. Trovo che sia una bella immagine e mi fa riflettere su quanto ogni conquista di civiltà costi fatica, rappresenti in realtà la strada più difficile in mezzo a tanti percorsi più agevoli e a innumerevoli scorciatoie. Il progresso materiale è fatto di strade facili e facilitanti, il progresso della civiltà si realizza al contrario su vie impervie.
Si tratta spesso di scelte per così dire “diseconomiche”, dove la fatica della botte in salita sembra non essere ripagata da vantaggi immediati e riscontri misurabili. Penso all’integrazione scolastica dei bambini disabili, all’assistenza degli anziani non autosufficienti, alla fine della reclusione nei manicomi. Tanta fatica, tornante dopo tornante. E un traguardo difficile da vedere.
A un certo punto mi passa davanti un tipo che parla da solo con un tono aggressivo e là in fondo due pazienti completamente isolati da ciò che li circonda: gli occhi chiusi, la testa china. Ogni tanto una voce che si alza più del dovuto.
E’ un attimo: mi vengono in mente le soluzioni sbrigative e finali pensate e realizzate da tutti i regimi autoritari, nazisti in testa, per questo tipo di persone.
E capisco, forse per la prima volta in una maniera compiuta, che cosa vuol dire veramente civiltà.

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