10 gennaio 2007

Famiglie

Rincontrare Antonio è sempre un piacere. Chiedo notizie della sua comunità, degli educatori e dei sette bambini e bambine che trascorrono qualche anno in un contesto educativo che, finalmente, si prende cura di loro dopo anni di trascuratezza e maltrattamenti.
Va tutto bene, con gli alti e i bassi di una convivenza che ricorda in tutto quella familiare: solo che lì da Antonio i genitori sono quattro educatori che si alternano di giorno in giorno.
Ho avuto modo di apprezzare la comunità e i suoi metodi educativi quando qualche anno fa ho passato con loro una settimana di vacanza. In quel breve periodo ho imparato molto da Antonio sul profondo rispetto che si deve a dei bambini, rispetto che talvolta nelle famiglie naturali, per eccesso d’intimità o abitudine all’altro, si rischia di dimenticare. Sembra un paradosso, ma è così. In fondo il rischio di considerare i figli come “cosa” propria è giusto dietro l’angolo e può capitare di adottare, magari come estrema ratio, metodi non del tutto rispettosi della dignità e della personalità di ciascuno di essi. Nella comunità di Antonio, invece, c’è una grande sorveglianza e autodisciplina su questi aspetti: qualcuno può pensare che ciò sia un fatto dovuto e in fondo più facile, visto che gli educatori hanno a che fare con figli di altri. Può essere. Ma il raggiungimento dell’equilibrio virtuoso tra autorevolezza del ruolo e affetto non è proprio scontato.
Né per i genitori, né per gli operatori di una casa alloggio.
Sta proprio qui, dunque, l’impresa più ardua e impegnativa per il gruppo di educatori che deve ogni giorno trovare una giusta sintonia, innanzitutto tra i propri componenti.
Antonio si sofferma un po’ su questo parallelo tra la comunità e la famiglia, naturale o meno che sia. Un argomento di grande attualità, visto che da qualche anno si è profilata, poi fissata al 31 dicembre 2006 e infine rinviata, la chiusura dei 215  istituti per minori ancora aperti in Italia.
Antonio è scettico sulla riuscita dell’impresa e si capisce che non è una difesa della categoria: “Penso che in questi anni si sia posta un’enfasi eccessiva sulla famiglia e sulla sua capacità di rispondere ai problemi dei minori. E’ chiaro che bisogna comunque puntare sull’affido familiare come ulteriore risorsa a disposizione, ma non credo che si possa scommettere solo su di esso. Io credo che sarebbe una scommessa persa, soprattutto per la debolezza della rete che a sua volta dovrebbe sostenere le famiglie affidatarie. Se non si investe su questa rete di supporto, si finisce solo per fare la retorica della famiglia e quindi dell’affido”.
Parole nette, le sue, ma si vede che dietro scorrono le immagini e i volti di tante famiglie incontrate in questi anni. “La famiglia o, per meglio dire, le famiglie, sono oggi troppo fragili per caricarle completamente del peso delle vite difficili dei ragazzi che arrivano da noi in comunità”. E racconta dei numerosi affidi falliti che i bambini ospiti hanno alle loro spalle. Affidi nati con le migliori intenzioni e motivazioni del mondo, ma che si sono scontrati e infine esauriti di fronte alle provocazioni e all’aggressività di minori dalle vite complicate e ferite. E, ancora di più, di fronte al vuoto avvertito quando si è chiesto un supporto serio e duraturo.
Dunque che dire? Che la cosa peggiore che si possa fare è mettere uno strumento e un’agenzia educativa contro l’altra: comunità vs. famiglia, e viceversa. Perché ogni minore ha una storia tutta sua e richiede strumenti adeguati.
A ciascuno, per una volta, il suo. 

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