12 dicembre 2006

Domani è un altro giorno

E’ bello ascoltarlo, a tratti emozionante per l’intensità e la passione che trapelano dalle sue parole. All’inizio era agitato, eccome: le mani si contorcevano, qualche esitazione in più tra una frase e l’altra. Perché il suo mestiere non è certo parlare in pubblico e farlo gli costa un po’; il suo mestiere è l’educatore. Antonio, infatti, è il responsabile di una comunità per bambini e oggi si trova a dover illustrare la sua esperienza a un gruppo di altri operatori sociali.
Passati i primi minuti e sciolta la tensione, Antonio racconta cosa si fa e come si lavora nella sua piccola comunità, che ospita sette bambini e bambine tra i cinque e i tredici anni. Si tratta di piccoli che non hanno avuto la fortuna di nascere in una famiglia adeguata e che hanno alle spalle un percorso difficile di trascuratezza e maltrattamenti, a volte di violenza. Per questo motivo sono stati tolti ai genitori con un decreto del Tribunale per i minorenni: qualcuno può tornare saltuariamente a casa, altri invece non la rivedranno più.
E Antonio inizia proprio da qui: dal descrivere come una comunità animata da quattro educatori possa e debba trasformarsi in una vera e propria casa per questi piccoli. “Curare la casa, tenerla in ordine e bella – sottolinea – è un primo fondamentale modo per comunicare ai bambini che sono importanti, che valgono. Ed è un primo segnale in controtendenza rispetto al loro pur breve passato, nel corso del quale si sono sentiti rimandare continuamente il fatto che non valevano niente”. L’obiettivo della comunità, in fondo, è tutto  qui: cercare di ridare dignità e autostima ai ragazzi, attraverso la costruzione di un nuovo “habitat” fatto di rispetto, di riconoscimento e sviluppo delle qualità positive di ciascuno.
La comunità diventa così una rete di affetti dentro la quale l’educatore è chiamato anche a una sfida: “Il rischio per gli operatori è quello di essere sommersi dalla “banalità” della quotidianità. E allora il nostro compito è innanzitutto quello di ridare significato autentico ai gesti di ogni giorno: anche il preparare la lavatrice deve essere ricondotto agli obiettivi educativi che ci si pone”.
Detto così sembra un’impresa titanica e in parte lo è. Ma in fondo è il compito di ogni genitore, solo che qui l’educatore lo svolge non per “natura”, ma per cultura, per scelta. Una scelta che non si dà una volta per tutte, ma che va continuamente riformulata e rimotivata.
Al centro di questa rete c’è Antonio, con la sua passione e la sua determinazione ad offrire alti standard di qualità: una qualità fatta di cura e attenzione, quasi maniacale, ai dettagli. Non tutti comprendono o condividono questa scelta. Antonio infatti  ha raccolto anche critiche da parte di chi ritiene questo modello troppo lontano dalla realtà, troppo “ideale” per dei ragazzi che prima o poi dovranno camminare con le proprie gambe in un mondo decisamente meno attento alle loro esigenze di crescita. Ma lui continua a ritenere che proprio a questi bimbi vada dato il meglio: “male che vada, avranno passato uno o due anni della loro vita come Dio comanda. Ne vale la pena”.
E da quattordici anni continua a dedicare tutte le energie alla “sua” comunità, facendo i turni e le notti come gli altri tre suoi colleghi. E, manco a dirlo, nelle sere nelle quali non è di turno, fa un’ultima telefonata per sapere se tutto va bene e se i bambini sono a letto. Così, giusto per accertarsi che ogni dettaglio sia al posto giusto.
Perché, per questi bambini, domani sia meglio di oggi.
E, soprattutto, sia meglio di ieri.

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