12 novembre 2006

Croci di malta

Sarà un caso, non dico di no. Ma certe volte si rimane a bocca aperta.
Ho appena finito di leggere la notizia dell’ennesimo “gioco” parlamentare sul problema casa: la maggioranza al Senato è stata battuta sulla proroga degli sfratti per le famiglie con redditi inferiori ai 27.000 euro e con  a carico minori, disabili, malati terminali o anziani.
C’è anche chi canta vittoria, ma la vittoria dov’è?
Sarà un caso, dicevo, ma subito dopo si  materializza Ludovico.
E’ la terza volta che lo incrocio e mi pare più agitato che mai: le mani tremanti, gli occhi un po’ di fuori e quella fronte sudata da eterno mezz’agosto. Conosco la sua vicenda e in città la sanno a memoria più o meno tutti coloro che hanno a che fare con pubblici uffici: è tre mesi, infatti, che imperversa di porta in porta, aggressivo e confuso. Già teso per la sua prolungata disoccupazione, le ultime settimane lo hanno messo a dura prova e lui scarica frustrazione e amarezza su tutti coloro che, a suo parere, potrebbero fare qualcosa per trarlo d’impiccio. Il problema è che l’impiccio è praticamente impossibile da dipanare: una complicata vicenda legale si sta infatti concludendo col pignoramento dell’immobile in cui abita con il padre anziano.
Tra qualche settimana, appunto, ci sarà lo sfratto.
Ludovico tira fuori dalle tasche un foglio ripiegato in otto, sul quale è tracciato una specie di schema: sei righe orizzontali, ai lati altre due righe verticali più lunghe. Su una di quelle orizzontali c’è una croce. Le righe, mi spiega subito con la consueta concitazione, sono otto grandi palazzi di case popolari in uno dei grandi e “storici” quartieri periferici di Milano. Sono “stecche” da centinaia di appartamenti sorte negli anni ’60 e ’70. E mi fa il calcolo, un tantino inquietante nella sua maniacale precisione, delle famiglie che ci vivono. Poi viene la croce: indica la sua alternativa, cioè la casa di un fratello che tuttora abita nella terza stecca partendo dall’alto. Dopo lo sloggio potrebbe riparare là, almeno temporaneamente, ma lui non vuole. Tenacemente, direi disperatamente, non vuole.
E il motivo sta tutto nell’altro lato del foglio che maneggia: un elenco di undici nomi e cognomi. Un piccolo improvvisato memoriale per undici giovani che hanno perso la vita per overdose o per aids. E in pochi secondi Ludovico fa corrispondere ai nomi altrettanti appartamenti che prendono via via posto, sotto forma di nuove x, sulle righe dei palazzi.
E’ un attimo e il foglio a quadretti non ospita più un astratto schema di linee e croci (letteralmente e metaforicamente); diventa invece un tessuto vitale di relazioni tra ragazzi, di percorsi che si intrecciano e si interrompono, di rischi, crescita e speranze. E di rifiuti. Come quello deciso di Ludovico a tornare là, in quel quartiere da cui manca ormai da vent’anni ma che sente ancora minaccioso. Gli undici erano tutti suoi amici e là non ci torna manco morto. Piuttosto, ringhia, dormirà in macchina.
Che dire? Non so come affronteremo questo nuovo percorso di fragilità. So solo che adesso avrei una voglia matta di far sedere davanti a Ludovico coloro che fanno accademia sulla mutazione del concetto di periferia: un concetto, dicono, non più a matrice geografica. Il degrado, insomma, non corrisponderebbe più alla cintura esterna delle città, ma sarebbe ormai un arcipelago diffuso.
Può darsi che sia così: ma le periferie delle grandi città, con tutti i loro nodi, a me paiono ancora lì. Certo, si può sempre far finta di non vederli. Come dimostrano, inequivocabilmente, certi giochi parlamentari.

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