10 settembre 2006

Pazienza

Ogni mestiere ha i suoi momenti magici, quelli che ti fanno dire “ecco perché lo faccio”. Sono di solito combinazioni felici di diversi ingredienti, alchimie che assumono significati individuali e personalissimi. Per me sono circostanze come queste: gruppi di persone, professionalità e appartenenze diverse che lavorano insieme e “producono” processi condivisi e risultati concreti di cambiamento.
Oggi è così: ho di fronte a me un gruppo d’amministratori locali, operatori sociali, medici e psichiatri, volontari Caritas e parenti di pazienti psichiatrici che hanno trovato il gusto di lavorare assieme per la promozione della salute mentale. Se lo scruti con un po’ di distacco, puoi  rintracciare le tante e a volte profonde differenze tra le persone che siedono intorno a questo tavolo. Differenze d’età, per dirne una: maturi medici in vista del traguardo della pensione e giovani tirocinanti volontari. Ma anche di ruolo sociale e grado d’istruzione: psichiatri laureati e specializzati che hanno fatto dello studio della mente la loro professione e genitori che in qualche caso non sono andati oltre l’obbligo e  faticano a tenere il passo della grammatica. C’è chi ha scelto di occuparsi dei disturbi mentali per professione, chi è stato chiamato suo malgrado a gestire i problemi di parenti o figli e chi ha deciso di occuparsene gratuitamente nel tempo che rimane libero da occupazioni e famiglia. Difficile immaginare che tali asimmetrie riescano a collaborare e creare iniziative concrete. Se uno conosce un po’ il mondo della sanità e dei servizi sociali sa quanto profonde possano essere le differenze e le distanze di ruolo: non solo tra utenti/pazienti e operatori, ma anche tra medici, educatori e assistenti sociali, ciascuno con proprie ottiche se non deformazioni professionali.
Eppure eccoci qui, a progettare e realizzare campagne contro lo stigma, concorsi di poesia, conferenze nelle scuole e corsi per nuovi volontari.
Mi sono domandato spesso che cosa faccia funzionare questo microcosmo, quale sia il collante segreto che, nonostante tutto, spinge queste persone a ricercare legami e obiettivi comuni. Mi sono alla fine convinto che non si tratta d’empatia, né di capacità d’ascolto (talvolta invece assai carente) né della necessità di  fare rete. Sì, indubbiamente conta la sensazione diffusa di essere sempre più soli e sguarniti (in termini di risorse finanziare e di personale) di fronte all’aumentare dei bisogni cui rispondere;  è certamente anche questo che ti spinge a cercare alleanze finora inedite.
Ma qui, signori, c’è di più: c’è la Pazienza, quella con la maiuscola.
Pazienza, o disponibilità a farsi carico dell’altro, nonostante l’altro.
Quella pazienza allenata dal faticoso contraddittorio quotidiano col “paziente”; quella cresciuta attraverso il confronto con contraddizioni che ti fanno così spesso ricominciare daccapo, con depressioni paralizzanti dai progressi millimetrici, con percorsi tortuosi di cui non s’intravede la fine. Quella pazienza abituata a fare quasi a meno della speranza di una svolta, di un cambiamento radicale che non sia quello imprevedibile e minaccioso dell’umore.
E allora cosa vuoi che siano le difficoltà di un gruppo come questo? Si litiga, si negozia, talvolta ci si annoia o si ha l’impressione di perdere tempo, ma che vuoi che sia? 
Difficile scoraggiarsi, impossibile gettare la spugna. Ce n’è ancora. E di quella con la maiuscola.

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