20 luglio 2006

Giustizia

“Ma tu, la parola giustizia quante volte la senti?”. La domanda arriva a bruciapelo, senza aver dato segni di sé fino a quel momento. So che è una delle domande macigno di Gianpaolo e per un attimo sono tentato di cavarmela buttandola in politica o giù di lì: Ministero della giustizia, tribunali, Mastella e Berlusconi. Ma so che il mio interlocutore sta pensando al suo lavoro di operatore sociale in un ente locale; ci penso un attimo su e alla fine mi esce un mah che assomiglia tanto a un mai. “Ecco, vedi? Ci pensavo questa mattina, dopo aver incontrato una ragazza madre che, dopo mezz’ora di colloquio, più o meno mi ha detto: io domando solo un po’ di giustizia. Mi ha colpito sentirla usare quella parola in modo appropriato e diretto. Suonava così giusta, eppure così… così rara.
Ti rendi conto? Noi ci occupiamo ogni giorno di servizi sociali, di disuguaglianze e sciagure varie ma usiamo così poco il termine giustizia. Vuol dire che neppure ci poniamo il problema, che il nostro obiettivo in fondo in fondo non è la giustizia sociale?”.
Conosco quel tono e quelle domande a raffica, perché spesso per Gianpaolo sono il preludio alla fase depressiva, quella che più o meno suona “qui è tutto inutile, non si riesce a cambiare un granché”.
Cerco allora di farlo parlare del colloquio con la ragazza: mi racconta di questa giovane donna, madre di un bimbo di tre anni che da un annetto si è separata dal marito e non è riuscita a ritrovare una sistemazione adeguata. Il rientro nella famiglia d’origine per vari motivi non è possibile e lei gira tra amici e conoscenti: tre mesi qua, quattro là, con il bimbo spesso parcheggiato dalla suocera.
L’oggetto dell’incontro era naturalmente la lunga attesa di un alloggio pubblico. E gran parte del tempo Gianpaolo l’ha trascorso cercando di rispondere alle obiezioni, tranquille ma incisive, della ragazza: su chi rimane nelle case pubbliche non avendone più diritto, su chi le occupa abusivamente, su coloro che lavorano in nero e, apparendo senza reddito, la precedono in graduatoria. E su coloro che consentono tutto questo, senza porre in opera controlli e contromisure adeguate.
Capisco solo ora perché Gianpaolo è stato così colpito: non è facile controbattere a queste obiezioni che sono fondate e mettono il dito in una delle piaghe del nostrowelfare. Un welfare spesso incapace di raggiungere gli obiettivi di uguaglianza e integrazione sociale che si prefigge. Ma un sistema di protezione sociale che talvolta è addirittura esso stesso strumento inconsapevole di ingiustizie che si sommano alle disuguaglianze sociali di partenza.
In un paese normale, infatti, l’alloggio pubblico dovrebbe essere uno strumento temporaneo di sostegno alle famiglie più fragili, una tappa transitoria da lasciare successivamente a disposizione di chi ne ha più bisogno. In Italia invece è spessissimo un bene raro, posseduto da famiglie che se lo tramandano per generazioni. E in un paese regolare non ci dovrebbe essere chi lavora in una economia sommersa: condizione che invece si rivela non raramente una posizione privilegiata per intercettare opportunità di sostegno e tutela pubblica.
E spesso a fare le spese di questi meccanismi perversi sono proprio le persone come quella incontrata da Gianpaolo: persone con grande dignità, che non sono capaci e non vogliono farsi largo a gomitate contro gli altri.
E che non chiedono la tanto utilizzata e svalutata solidarietà.
Pronunciano invece questa parola un po’ troppo fuori corso. Giustizia.

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