martedì 30 maggio 2006

Buon tempo

Una buona giornata, quella che sta per finire; lo vedi dall’espressione del viso e dal passo soddisfatto col quale esce dall’ufficio. Gianpaolo lo incrocio spesso, ma è difficile vederlo così contento: lavorare per i servizi sociali di un grande comune dell’hinterland metropolitano non è infatti semplice. E’ impegnativo da un lato per la complessità della rete da tenere insieme e da coordinare e, dall’altro, per la diversificazione dei problemi, talvolta drammatici, a cui si deve tentare di rispondere. E non sono rari i giorni in cui questo mestiere diventa duro: sono di solito le giornate in cui misuri la distanza tra gli strumenti che hai a disposizione e i problemi che devi affrontare. Perché proprio nel mezzo di questa distanza finisci per cozzare contro le attese aggressive o persino violente dei tuoi “utenti”. C’è infatti anche questo da mettere in conto, soprattutto oggi che tanto spesso i problemi di ordine economico e sociale si intrecciano strettamente con disagi e deficit di salute mentale.
Ma oggi è stata una buona giornata perché tutti gli ingranaggi hanno girato come si deve e niente è andato storto. “Ti ricordi Federico?”. Difficile dimenticarsi di lui, con il suo rapidissimo passaggio dalla “normalità” alla strada: nel giro di un stagione ha rotto con la moglie, perso il diritto di entrare in casa “sua” e visto affondare la piccola ditta artigianale a conduzione familiare. Proprio oggi i diversi operatori sociali che si occupano di lui sono riusciti con un buon gioco di squadra a far certificare la sua situazione di emergenza abitativa e a  recuperargli un colloquio di lavoro con ottime prospettive di assunzione a tempo indeterminato. Certo, rimane la preoccupazione sulla sua tenuta al lavoro e sui tempi entro i quali finalmente potrà abbandonare la macchina dentro cui dorme da settimane.
Eppure la soddisfazione di Gianpaolo oggi è legittima e fondata: sono stati compiuti due passi in avanti seri verso l’autonomia di Federico e sono stati fatti in tempi accettabili.
“Già, ma accettabili per chi?”. E’ tornato serio, Gianpaolo, e riflette sui tempi di marcia delle emergenze e degli strumenti a disposizione. “E’ davvero bello quando riesci a vedere che il tuo lavoro ha un senso, che un progetto di emancipazione e di autonomia personale si definisce e si concretizza. Eppure pensa un attimo a queste persone, come a tante altre che incontriamo: quanto devono aspettare per avere risposte concrete? Pensa ai tempi di attesa per un alloggio pubblico o a quelli per l’inserimento lavorativo di una persona disabile o perché certe situazioni border line di sofferenza familiare vengano prese in carico… A volte mi chiedo se noi saremmo capaci  di tanta pazienza, di tanta perseveranza nell’attendere e nello stimolare i tempi lenti e irregolari delle istituzioni”.
Tutto vero, purtroppo. E mentre ci guardiamo, ci vengono in mente i tanti episodi di esplosione di rabbia e di disperazione per il proprio destino o per quello dei propri cari: pugni sul tavolo e parole grosse, quando va bene, se non sguardi allucinati e taniche di benzina nelle mani tremanti.
Sono i tempi del bisogno pressante e dei tentativi di risposta che quasi mai riescono a collimare.
E talvolta tutto sembra complottare per non farli coincidere: le risorse centellinate ai servizi pubblici e privati, ma anche una fisiologica difficoltà a far maturare processi complessi e compartecipati da diverse professionalità e competenze.
“A volte sembra di essere mandati in trincea con le pistole ad acqua. Ti ricordi, quelle delle nostre estati da bambini?”. 
Già, quando il tempo sembrava così tanto. E così buono.

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