domenica 30 aprile 2006

Sentiamoci presto

Quando bussa pare che debba abbattere la porta: due o tre pesanti colpi di fila che fanno tremare il vetro centrale e lo annunciano senza ombra di dubbio. Poi, rapido, compare lui, con la consueta espressione furba e sorridente: della serie “ti ho fatto spaventare, eh?”
Un’irruzione, più che un’entrata.
Roberto è proprio così, come la rapida successione di emozioni che suscita il suo ingresso in una stanza: una inquietante mole fuori dall’ordinario mixata con un candore disarmante, un omone dalla faccia di ragazzino.
Trent’anni vissuti tra molte difficoltà: il precoce abbandono scolastico per un lieve ritardo mentale, una vita affettiva e relazionale molto precaria, fino al litigio e al distacco dalla famiglia d’origine e qualche mese da homeless. Senza fissa dimora nella stessa piccola cittadina natale: anche in questo Roberto è riuscito a fare qualcosa di stra-ordinario. In quel periodo lo incrociavo spesso per le strade del centro, con le sue borse di plastica, il sacco a pelo e il cappello calato sugli occhi che lo faceva ancora più uomo-buffo-delle-caverne. Lo incontrai anche il giorno della morte di suo padre, con tutta la disperazione di chi non aveva potuto esserci e il rammarico delle furibonde litigate durate fino all’altro ieri.
Poi, al contrario, la progressiva risalita: la mensa dei poveri come primo punto di riferimento, il sostegno dei servizi sociali e dei volontari della Caritas, infine l’assegnazione di una casa popolare tutta sua dove ricominciare.
Ma, nonostante questo significativo percorso di reinserimento, un lavoro serio ancora non ce l’ha e si arrangia con occupazioni saltuarie e occasionali: volantinaggi, sgomberi, montaggio e smontaggio di stand.
E tra un lavoro e l’altro, una settimana sì e una anche, arriva a “bussare” a questa porta.
Se i primi incontri erano soprattutto di richiesta e di aiuto, ora non c’è più un motivo particolare per vedersi. E così Roberto si siede di fronte alla scrivania e aspetta che sia io a porgergli qualche domanda a proposito della sua vita quotidiana: la salute, la madre che ora rivede frequentemente, incontri e scontri di ogni giorno. Domande e risposte ordinarie, insomma, di chi si incrocia ogni tanto e si aggiorna sulle ultime.
A dire il vero non è raro che l’”irruzione” di Roberto avvenga quando il lavoro in corso non lascia tempo a un dialogo vero e proprio; ma anche in questi casi lui prende posto con rapidità e aspetta: qualche monosillabo qua e là, per il resto il silenzio tutt’altro che imbarazzato di chi si conosce da tempo e può permettersi di stare così, senza apparente costrutto.
Le  prime volte ho avvertito un certo disagio perché il fatto di continuare a lavorare appariva ai miei stessi occhi come una mancanza di rispetto o la certificazione di una fastidiosa asimmetria tra di noi. Col tempo, invece, mi è sembrato di cogliere in queste strane parentesi un modo di comunicare “diverso”, un ascolto fatto non tanto con l’udito ma con altri irrintracciabili sensi.
E oggi Roberto non è l’unico a praticare questo singolare linguaggio non verbale, dalla grammatica e dal vocabolario semplicissimi: stare, permanere, guardare, esserci. Accontentarsi.
E’ come se alcune persone venissero a “sentirti” più che ad ascoltare o parlare con te.
“Sentire”,  insomma, che ci sei, con i modi e i tempi che le circostanze permettono.
Semplicemente.

Nessun commento:

Posta un commento