31 marzo 2006

Una polizza sul futuro

”Vedi alla voce impiegati”. E’ il primo pensiero dopo averli visti entrare dalla porta: i visi perfettamente rasati, la cravatta d’ordinanza e i completi grigi, le cartelle scure. In realtà sono due funzionari di un istituto bancario e assicurativo con un antico radicamento in una grande regione del nord. Il logo dell’impresa, latinorum e rosa dei venti (o giù di lì), mi ha fatto sempre pensare a una banca d’affari un po’ esclusiva, tutto il contrario di una cassa popolare. E’ anche per questo che mi incuriosisce il motivo del nostro incontro: immigrati extracomunitari.
Apprendo così che da qualche tempo la loro casa madre sta proponendo prodotti assicurativi e di risparmio pensati ad hoc per migranti. I due parlano di assicurazioni, di strumenti di risparmio e investimento, di servizi progettati appositamente per persone che vengono da lontano e che in Italia hanno messo in piedi un’attività produttiva. Parlano, come è ovvio che sia, di clienti, imprenditori, piccoli artigiani e il loro tono suona così professionale. Niente di più naturale, insomma: domanda e offerta, impresa e rischio, proposte e vantaggi per attirare e convincere nuovi clienti.
Mi colpisce soprattutto una delle offerte: l’assicurazione (copertura dei costi e disbrigo delle pratiche)  per il rimpatrio della propria salma, in caso di morte. “All’inizio eravamo perplessi anche noi – mi confidano candidamente – perché ci sembrava che parlare di morte non fosse il modo migliore per avviare un rapporto commerciale; insomma, tutto il contrario del marketing…”. Eppure anche questo prodotto ha goduto di un qualche successo, al di là delle attese.
Rifletto insieme ai miei due interlocutori sul fatto che forse una proposta così ci sorprende e magari ci urta un poco perché non riusciamo bene ad immedesimarci in ciò che può sentire una persona lontana dal suo Paese. Non si tratta qui di minori non accompagnati o giovani venuti in Italia per avventura, ma nemmeno di professionisti o uomini d’affari ben pagati per lavorare all’estero. Ci si rivolge invece a persone adulte che hanno lasciato il proprio contesto culturale e affettivo e che si trovano a fare i conti con questa lontananza. Forse da quel punto di vista è più facile e naturale pensare alla morte e perfino ai costi e agli ostacoli burocratici che può incontrare il rientro della propria salma.
Si può sorridere (scaramanticamente?) di questa polizza assicurativa, ma forse lo può fare solo chi non è costretto a convivere  con la precarietà esistenziale  di una prolungata trasferta. Perché prendere seriamente in considerazione un’offerta come questa richiede al contempo profondità e concretezza, dimensione contemplativa della vita e praticità. Tutte cose che l’umano occidentale indigeno stenta a tenere insieme.
Ma il fortuito incontro di oggi mi fa riflettere anche sui progressi dell’integrazione di una fetta significativa d’immigrati. Se si muovono le banche, se le assicurazioni vendono prodotti ad hoc, allora vuol dire che l’integrazione è molto più avanti di quanto i falsi profeti dello scontro di civiltà cerchino di farci credere. In fondo la migliore assicurazione contro la divisione violenta tra diversità, religioni o etnie è proprio questa piana quotidianità fatta di vendere e comprare.
Business? Certamente.
Eppure, se ci pensiamo bene,  i migliori termometri dell’integrazione sono proprio i bancari: giacca, cravatta e scure cartelle.

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