martedì 28 febbraio 2006

Altri tempi

Laura è una maestra e questo lo capisci presto: sarà il suo aspetto o la  parlata tranquilla che scandisce parola dopo parola. I capelli lunghi raccolti perennemente sopra la testa, gli occhiali cerchiati di metallo e quello sguardo al contempo miope e acuto: agli appassionati di cartoon  potrebbe ricordare la nonnina del canarino Titti, così dolce eppure così determinata ad inseguire gatto Silvestro a scopa sguainata….
La prima volta che l’ho vista mi ha dato l’idea di un’insegnante elementare un po’ stereotipata: tutta casa e scuola o giù di lì.
Ma una cosa in particolare non quadrava: il fatto che conoscesse i nomi di tutti i bambini rom della sua scuola. Non si limitava, insomma, a quelli che frequentavano la sua classe. Sapeva collocare mentalmente ciascuno nel quartiere, in questa piuttosto che in quella area abusiva e conosceva le loro storie, le abitudini, lo stato di salute dei componenti della famiglia.
Nomi non agevoli da pronunciare e da memorizzare prendevano forma e sostanza nelle sue parole misurate: diventavano così biografie, vita concreta.
Da allora l’ho incrociata un paio di volte l’anno, all’inizio e al termine dell’impegno scolastico; e puntualmente sapeva raccontarmi vicende e rovesci di tutte le famiglie più sconclusionate ed emarginate del quartiere in cui sorge la sua scuola.
Nessuna spiegazione in più, tanto meno dichiarazioni di principio o ideologiche: solo notazioni biografiche, cronaca pura condita da una sincera preoccupazione e da una partecipazione ai destini dei bambini più ai margini della scuola.
Per saperne qualcosa di più ho chiesto alla sua dirigente scolastica: Laura ha cominciato sette anni fa a prendersi cura dei primi bambini rom arrivati alla scuola. Prima quelli della sua classe, poi progressivamente la ventina di bambini che hanno cominciato a frequentare con alterne fortune le classi delle elementari. Ma non si è accontentata di seguirli dal punto di vista didattico, ha cominciato a girare tra le roulotte e le baracche per conoscere loro e le famiglie d’origine. Da allora è diventata un punto di riferimento per tutte le piccole grandi necessità della comunità zingara. Un’autorevolezza conquistata scarpinando fuori dalle aule scolastiche, tra il fango e il degrado degli angoli di città.
Per cinque anni consecutivi, cascasse il mondo, ogni lunedì mattina si è presa cura anche dell’igiene dei bimbi, docciati per bene e se necessario rivestiti prima di entrare nelle classi; ha cominciato poi a coinvolgere i colleghi ed è diventata un punto di riferimento per tutte le istituzioni impegnate nell’assistenza sociale e nella mediazione culturale, dentro e fuori la scuola.
Ha costruito insomma attorno a sé una rete concreta e discreta che senza chiacchiere o proclami ha sostenuto il percorso di integrazione di più di trenta bimbi dentro il tessuto scolastico e civile di una comunità locale.
Il tutto senza una parola in pubblico.
Il Comune ha cercato invano di attribuirle un riconoscimento per la sua opera di solidarietà concreta ma lei è riuscita sempre a sottrarvisi. Anche la Provincia voleva premiarla ma non c’è stato verso. Persino il giorno in cui è andata in pensione ha marinato il collegio docenti che avrebbe voluto salutarla ufficialmente. Era davvero malata quel giorno? C’è da dubitarne.
Questo atteggiamento riservato e schivo ha generato anche qualche perplessità tra chi pensa che la testimonianza pubblica conservi un insostituibile valore educativo e politico. Eppure, a pensarci bene, anche in questo Laura si è rivelata quello che è: semplicemente maestra.
Non le ho mai chiesto la motivazione di tanto impegno gratuito. Scommetto che mi avrebbe risposto come Giorgio Perlasca a Enrico Deaglio: “Ma lei, al mio posto, che cosa avrebbe fatto?”.
Altri tempi.

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