martedì 10 gennaio 2006

A volte ritornano

L’accento è di quelli che non ti puoi sbagliare: vengono tutti e due dallo stesso paese della Calabria. Anche l’aspetto fisico li accomuna, i capelli e gli occhi scuri, occhiali, altezza decisamente contenuta. La loro vicenda ricorda tante storie di migrazione dal sud datate trenta-quaranta anni fa: mancano le valigie di cartone e la corda per tenerle insieme, ma le modalità sembrano proprio le stesse; forse non è proprio così vero che abbiamo smesso di essere un popolo di migranti.  
CarlaMaria e Giovanni sono marito e moglie e hanno tre figli. Lui ha lasciato il paese d’origine più di cinque anni fa in cerca di un lavoro che in Calabria non si trovava; lei lo ha seguito tre anni dopo con i figli. Entrambi lavorano come bidelli precari e ogni estate rimangono in attesa di un reincarico in qualche scuola dell’hinterland milanese. Non so come abbiano fatto a trovare casa: un “colpo di fortuna”, visto che non hanno neanche una busta paga sicura.
Ma ora si trovano a vivere in cinque in un alloggio che non riesce a mettere insieme quaranta metri quadri e richiede avidamente 650 euro al mese. Uno sproposito per una piccola casa, con un bagno di stretta sopravvivenza e un divano letto per farci dormire i due figli più grandi, in piena preadolescenza.
Nonostante la situazione critica, Giovanni e CarlaMaria non appaiono tesi, non si scorge crepa tra loro, anzi. E’ una cosa che ti colpisce, perché spessissimo le coppie in difficoltà scaricano sul loro rapporto le tensioni e le ansie di una situazione di prolungata precarietà.
E non raramente le persone così si incartano sempre di più, perdono l’orientamento, finendo per non cogliere le opportunità, seppur parziali, che rimangono a loro disposizione. Si avvitano, si deprimono e tutto diventa più difficile: persino chiedere aiuto.
Anche in questo però  i due sono un po’ un’eccezione: conoscono discretamente il sistema dei servizi della pubblica amministrazione e sono riusciti a beneficiare di tutte le forme di sussidio economico messe a disposizione dal nostro welfare: assegno per il nucleo familiare numeroso, buono per il sostegno dell’affitto, riduzione del buono mensa per i figli a scuola. Insomma, sono stati bravi a orientarsi e a farsi aiutare: eppure tutto questo non riesce a tenerli a galla in questa terra d’adozione in cui la vita costa molto di più. E poi ci sono i figli che cominciano ad avere le loro esigenze e che un giorno sì e uno no si lamentano di non poter portare a casa i loro amici.
Guardandoli parlare, mi vengono in mente due riflessioni. La prima suona più o meno così: i problemi sociali si sedimentano, solo una parte di essi si risolve davvero. E noi, sui giornali o per la strada, vediamo solo l’ultimo  strato, quello più superficiale, di solito il più recente. Ma sotto ci sono fenomeni e situazioni, solo apparentemente superati, che invece fanno ancora tanto soffrire. L’emigrazione dal sud è un po’ così: collocata in un angolo remoto della memoria collettiva del nostro Paese, essa invece continua. In sedicesimo, certo, ma continua tutt’ora.
La seconda riguarda specificatamente la Calabria, Regione che sembra andare davvero alla deriva. Il “viaggio della speranza” della coppia che mi sta davanti è forse solo un piccolo segno di una situazione sociale talmente compromessa da richiedere troppo spesso una fuga.
Giovanni e CarlaMaria terranno sicuramente duro fino alla fine dell’anno scolastico; poi decideranno se rifare a ritroso quel viaggio. Se non succederà qualcosa di nuovo, almeno lei con i figli sarà costretta a fare dietrofront. Sarà l’ennesima sconfitta da vivere insieme; di nuovo lontani, ma insieme.
A volte, ritornano.

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