10 dicembre 2005

Questione di misura

Grazia scherza spesso sul suo impegno di volontaria tra i poveri di un centro d’ascolto. Perché non sono solo i suoi amici a richiamarla alla misura, ma perfino i “colleghi” di impegno gratuito:  anche per loro la sua generosa disponibilità è eccessiva. “Dicono che dovrei guardare un po’ di più la realtà, fidarmi di meno, cercare di leggere i segni, discernere le diverse condizioni di bisogno. Sì, lo so bene che ci sono anche i furbi, quelli che se ne approfittano; eppure non ti sembra che oggi sia difficile stare qui con il bilancino in mano?”.
Arduo prendere parola, quando Grazia tra una risata e l’altra ha avviato il motore delle sue riflessioni ad alta voce; d’altra parte l’autoironia  condisce considerazioni che vanno al di là dei suoi vent’anni.
“Ma ti rendi conto di quante occasioni perdiamo quando rimaniamo così, in equilibrio, senza sbilanciarci verso gli altri? E poi siamo veramente strani noialtri: quando uno non è uno straccione sospettiamo che ci stia fregando; quando è troppo malridotto lo schiviamo perché ci urta affiancarlo. La verità è che vorremmo un povero fatto sulla nostra misura: un povero che forse semplicemente… non c’è!”.
Faccio per obiettare, ma  Grazia riprende il filo:  “D’altra parte è facile giudicare l’altro perché arriva con la macchina, ha il pacchetto di sigarette o è “troppo” pulito. Non sempre l’altro rispecchia i nostri canoni di come deve essere il povero: non è brutto, non è sporco, non ha le scarpe e i vestiti malridotti. Ma se fossimo noi, per esempio, gli stranieri in un paese lontano senza il permesso di soggiorno? Se partissimo con la nostra macchina, scassata o in buono stato che sia, e la usassimo come letto per le sere d’estate o d’inverno, perché non possiamo rivolgerci da nessuna parte per dormire? E se non avendo niente per noi, potessimo solo goderci una sigaretta, per farci sentire che ci prendiamo cura di noi e ci viziamo anche, almeno per un attimo? E se quando troviamo una fontanella ci laviamo anche, perché forse non ci piace che la gente ci stia lontana se puzziamo. E se ci cambiamo i vestiti per essere quasi uguali alla gente “normale” che segue la moda? In fondo i vestiti ce li possono regalare, se abbiamo l’umiltà di andare a chiederli alla caritas”. 
Penso che tutto questo sia vero, ma mi paiono di buon senso anche le prudenze e i richiami che provengono da coloro che le stanno a fianco. Provo a dirglielo, ma Grazia per tutta risposta mi volta le spalle e sparisce.
Torna dopo due minuti con una fotocopia spiegazzata di una pagina tratta da un libro di don Lorenzo Milani. Leggo: “Ciò che distingue la beneficenza cristiana da quella filantropica è che il cristiano agisce per amore di Dio e ama il prossimo solo per interiore obbligo. Il filantropo, invece, ama il prossimo e basta. Il filantropo, dunque, è costretto a fare l’elemosina bene: deve guardarsi dai falsi poveri, deve fare calcoli statistici per vedere qual è la zona di maggior bisogno eccetera, perché se alla sua opera mancasse l’efficacia le mancherebbe il motivo d’essere. Non è così del cristiano per il quale l’elemosina è atto interiore che gli sarà pesato solo in misura dell’intenzione che ha avuto e del sacrificio che gli è costato. Al cristiano verrà contata sia l’elemosina data al gobbo che aveva i milioni nella gobba, che quella data al povero vero. In altre parole: al cristiano l’elemosina ottiene la sua efficacia nell’attimo che parte dal portafoglio; al filantropo solo nell’attimo che arriva a quell’altro portafoglio”.
“Tienilo, te lo regalo, così ci pensi un po’ su”.
Ubi maior minor cessat.

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