giovedì 20 ottobre 2005

In cordata

Se le vedi tutte assieme puoi pensare di avere a che fare con le classiche buone dame della carità: un gruppo di sole donne, gran parte delle quali pensionate, nonne a tempo parziale che dedicano del tempo agli altri. Volontariato, certo: ma non di quelli facili o scontati; niente anziani da andare a trovare al ricovero o famiglie bisognose a cui devolvere qualche pacco viveri. Il loro campo di impegno è invece nel cuore dell’emarginazione, a diretto contatto con i senza fissa dimora e coloro che rischiano di diventarlo, migranti in gran parte senza il permesso di soggiorno.
Il progetto per il quale si impegnano, nato nella chiesa locale, si chiama “Cordata” ed il titolo è già tutto un programma: la volontà di tenersi legate alle altre volontarie per affrontare insieme le difficoltà del servizio, ma anche un riferimento a quel sentirsi connesse col resto del mondo che, sempre più spesso, migra qui da noi.
D’altra parte la cordata, in montagna, per sua natura consente anche a quelli che fanno più fatica di sentirsi un po’ più sicuri, di tenere un passo che altrimenti perderebbero facilmente, di affrontare passaggi complessi sentendosi meno isolati e precari. Proprio con questa intenzione e con questo stile è nata  la mensa, il servizio docce, l’ambulatorio medico. E l’attività di strada, svolta da più giovani operatrici cui le volontarie fanno un po’ da…zie.
Nelle diverse sedi di “Cordata”, insomma, chi non ha una dimora stabile può trovare un pasto caldo sette giorni su sette, una doccia settimanale per rimettersi in sesto e l’assistenza medica ordinaria per evitare l’usuale ricorso ai pronto soccorso della zona.
C’è molto maternage, naturalmente, in questo gruppo tutto al femminile; ma a ben guardare c’è soprattutto coraggio. Da un lato perché rischi di incontrare un po’ di tutto e non mancano quelli, italiani o stranieri, con disagi e disturbi mentali (spesso e volentieri associati a comportamenti di dipendenza). Ma a me pare che il coraggio di queste donne lo si possa vedere meglio stando attenti all’altro versante, quello del rapporto con gli amici, i parenti, i propri parrocchiani. Coraggio, infatti, può voler dire anche solo uscire di casa, mettersi in gioco e sfidare, pacificamente, pregiudizio, estraneità e perfino ostilità. Non è facile, infatti, dedicarsi a colmare le falle  nelle vite di immigrati clandestini o italiani senza arte né parte; ma non è meno difficile far comprendere le tue motivazioni e comunicare le intensissime esperienze che vivi stando in mezzo a persone di ventidue nazioni diverse che si nascondono in macchine, fabbriche dimesse o baracche sparse per le campagne.
Proprio per questo, seppur partite un po’ in sordina, ora stanno pensando di pubblicare  un libro che illustri in presa diretta il cammino fatto in questi anni. A partire dalle prime inquietudini: “Ti ho incontrato nel giorno dell’Immacolata, tanti anni fa. Eri arrabbiato e disperato perché il giorno prima ti erano state date scatolette di tonno e di fagioli e l’olio per condire il tutto, ma non avevi potuto farlo perché nella notte l’olio era gelato. Non ti ho parlato molto in quell’occasione perché non avevi voglia di ascoltare, avevi solo rabbia e dolore da buttare fuori. Ti posso assicurare che la mia casa, il cibo condiviso con la mia famiglia e il tepore del mio letto quella sera non erano comodi, logici e scontati come sempre… avevo troppi punti di domanda”.
Una cordata, infatti, comincia anche così.

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