venerdì 30 settembre 2005

La paura dei poveri

“Ha visto? Guardi cosa è successo per l’uragano a New Orleans o gli incendi dei caseggiati popolari a Parigi quest’estate. La gente ormai ha paura di noi poveri: se viviamo tranquilli ci brucia la casa, se anneghiamo peggio per noi…”
E’ difficile trovare una persona che si definisca povera e che parli apertamente delle sue difficoltà, eppure Mohamed quel “noi poveri” lo dice con naturalità, senza affanno né pudore. Sarà forse perché su questo punto Mohamed ci ragiona da tempo: guarda la tv, recupera qualche giornale e viene qui, puntuale, a propormi le sue considerazioni. Quarantaquattro primavere, tunisino ma in Italia da più di venticinque; se non avesse un carattere irascibile sarebbe ancora a fare il cameriere in uno dei tanti alberghi del quartiere fieristico milanese. Invece da un annetto è a spasso, dopo trenta mesi passati nelle patrie galere per avere aggredito alcuni lontani parenti della moglie. Ora, non c’è dubbio, povero lo è e le quattro ore di lavoro della moglie non riescono a tenere a galla una piccola famiglia alle prese, tra l’altro, con le esigenze della figlia sulla soglia dell’adolescenza. D’altra parte l’età e soprattutto il suo certificato penale non l’aiutano a ritrovare una collocazione professionale.
Ma Mohamed, se in quest’ultimo anno ha smarrito un po’ di speranza, non ha esaurito la sua pazienza, la sua lucidità e soprattutto quella voglia di guardare ai fatti che gli accadono intorno.
Mentre parla mi viene in mente, ad esempio, che lui la paura della povertà deve averla sperimentata in questi mesi, eppure riesce a ragionare con relativa tranquillità della paura che hanno gli altri. E le considerazioni che mi propone sono in fondo le stesse che Dominique Lapierre ha svolto nelle scorse settimane su un grande quotidiano; proprio a proposito degli incendi nella periferia parigina il grande autore francese ha parlato di paura e ostilità diffusa nei confronti dei poveri.  E di spietatezza.
Già, perché la paura e la spietatezza possono in realtà rappresentare due facce di un’unica medaglia.
E’ proprio su questo che ragiono insieme a Mohamed: forse sotto le manifestazioni di disprezzo e ostilità nei confronti dei marginali si nasconde una paura di scoprirsi in fondo uguali, di vedere nella faccia e nella vicenda dell’altro tracce di un proprio possibile futuro. E d’altra parte è facile correlare il senso d’insicurezza circa il futuro, così diffuso nelle nostre società, con l’aumento di una certa aggressività e intolleranza sociale.
Probabilmente lo scenario tracciato da Mohamed e da Lapierre è per ora a tinte troppo fosche e ci auguriamo un po’ tutti, da italiani, che la nostra inarrestabile americanizzazione, ci risparmi le derive toccate con mano a New Orleans: le profonde disparità, lo sfaldarsi del tessuto delle relazioni sociali, l’indifferenza e l’incapacità di un paese così ricco di preparare e offrire un efficace soccorso a chi si trova più in difficoltà. Però, dobbiamo riconoscerlo, gli ingredienti qui da noi li abbiamo già tutti e ce lo confermano i numeri e i fatti. Le famiglie povere ufficiali nel nostro paese, infatti, rappresentano quasi il dodici per cento della popolazione totale; la forbice, in termini di reddito e capacità di spesa, tra questa Italia più povera e il resto delle famiglie si sta progressivamente allargando; aumentano le possibilità di varcare la soglia della marginalità ma quasi sempre calano le risorse pubbliche con le quali contrastare questa tendenza.
L’america, vista da questa prospettiva, non è poi così lontana.