30 giugno 2005

A occhi chiusi

Credo sia l’esperienza di tutti: qualche volta basta chiudere gli occhi perché la circostanza che abbiamo davanti cambi segno o acquisti nuovi significati, talvolta in maniera paradossale o divertente. Peccato però che lo si possa fare così raramente, quasi mai quando chi ti sta di fronte si sta rivolgendo proprio a te. Eppure adesso li chiuderei  volentieri, proprio mentre quest’uomo in canottiera mi sta parlando con accanto i suoi figli.
Una scena come tante: i tre bimbi, casualmente in scala dal più piccolo alla più grande, stanno buoni buoni; curiosità tanta, ma rumori pochissimi. Un’occhiata furtiva al vassoio delle caramelle e qualcuna in più al video del computer, come capita sempre quando dei minori entrano in questo ufficio. In realtà i tre piccoli sono più tranquilli dei loro coetanei, ascoltano placidi mentre si parla anche di loro e rispondono alle domande sulla scuola con sorrisi aperti e sereni: fanno la prima, la terza e la quarta classe della scuola primaria.
E anche il racconto del padre descrive una quotidianità qualsiasi, ordinaria. Tipiche considerazioni e accenti da classe media, da famiglia piccolo borghese: l’uomo, per esempio, mi parla dei vicini come di famiglie poco raccomandabili, per nulla attente all’educazione dei figli. “Io – mi dice serio -  preferisco che i miei figli giochino tra di loro nel nostro giardinetto, senza mischiarsi con quelli degli altri, che sono un po’ troppo maleducati. Dico sempre che i figli sono come le piante: se li curi dall’inizio crescono belli dritti, se li trascuri diventano selvatici e vengono su come capita”. Non c’è traccia d’aggressività in questo voler tirar su i figli dritti da subito, lo intuisco dagli sguardi che si scambiano e dalla carezze che ogni tanto planano sulle teste dei bimbi.
Faccio allora qualche domanda sui progetti e sui desideri per il futuro, ma anche qui le risposte sono quelle che ti potresti aspettare, senza grandi pretese: una casetta indipendente, un lavoro più stabile, poter aprire dei libretti di risparmio per i figli, farli studiare perché possano diventare qualcuno; magari, guarda un po’, dei dottori.
Mi viene da pensare che per avere la riprova dell’uguaglianza di tutti gli uomini basterebbe tenere gli occhi chiusi e farli  parlare degli auspici per il futuro dei loro figli.
Eppure quella che ho davanti è per definizione una famiglia che uguale alle altre non può essere. E’ infatti una famiglia rom che da anni vive senza permesso di soggiorno in uno dei “campi nomadi” abusivi attorno alla grande città: lui fa il muratore pagato in nero, la moglie sta a casa a badare ai figli quando tornano da scuola. I tratti somatici sono quelli tipici, non ti puoi sbagliare; ciò nonostante tutto il resto parla di noi, siamo noi.
Vorrei portare qui bendati i troppi intolleranti (razzisti non si può dire) travestiti da bravi cittadini che incontro ogni giorno. Indovina indovinello, questa famiglia da dove viene: padania dell’est o padania dell’ovest?
Ma se ci pensi un attimo, quello che ti lascia senza fiato è intravedere lo stridente contrasto tra i desideri così normali del mio interlocutore e le radici, ancora vive, della cultura rom praticata nei costumi e nelle usanze della sua comunità: i sincretismi religiosi, la lettura dei fondi di caffè, le cerimonie per placare le anime dei defunti, la cultura orale dove la conoscenza si basa essenzialmente sull’esperienza e sulla vita collettiva.
Passato e futuro, bianco e nero convivono misteriosamente insieme.
Non pare vero. Ma basta aprire gli occhi.

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