sabato 28 maggio 2005

L'orecchio dell'altro

L’impiegato fu distolto dalle sue carte da uno strano rumore; all’inizio vi diede poco peso e tornò al suo compito, cercando di concentrarsi un po’ di più. La seconda volta, però, cominciò a chiedersi da dove provenisse un rumore così strano, così… fuori contesto. Si sarebbe detto un respiro pesante, molto pesante: una persona che russa?
Passarono solo pochi minuti e la curiosità ebbe il sopravvento sul desiderio di finire al più presto il lavoro. Si alzò, aprì la porta e vide Stefano che stava effettivamente dormendo, riempiendo la poltroncina in corridoio con i suoi  cento chili e rotti e saturando l’aria col suo respiro rumoroso e regolare. In fondo, deve avere pensato l’impiegato, un Comune è un po’ la casa di tutti e dormire su una sedia non può fare alcun danno a nessuno. O no?
Stefano è così: capace di attenderti per ore in un corridoio qualunque per porti qualche sua richiesta, di solito di soldi, casa o “lavoro”. Capace anche di addormentarsi qua e là come se fosse a casa propria, nel modo più naturale del mondo. La sua stazza e l’asma bronchiale ormai cronico, infatti, gli impediscono spesso un normale riposo notturno; e così si rifà dove e quando può. D’altra parte quello che non gli manca è proprio il tempo: invalido dalla notte dei tempi, Stefano trascorre la sua giornata bighellonando qua e là, cercando, come si usa dire, di arrangiarsi.
Le sue visite sono un must delle mie settimane e il suo stile è inconfondibile: il forte accento pugliese, la grossa testa rasata, l’italiano stentato (ma mi sta dando del lei o del tu?) e quell’espressione da miope concentrato, con gli occhi piccoli piccoli. E dopo che gli hai detto qualcosa, devi aspettare quei dieci secondi per avere una reazione e comprendere se Stefano ha ricevuto il messaggio; un assistente sociale ha ben fotografato questa attesa: “sembra di vedere il file che gira”.
Ma l’arma segreta di Stefano è la sua sordità; una sordità che pare aumentare quando devi dargli qualche risposta negativa o interlocutoria circa una sua richiesta. “Eh? Non ho capito”, ti fa e ti porge l’altro orecchio, e si percepisce la speranza che il messaggio possa cambiare offrendo all’interlocutore il profilo opposto.
Difficile, davvero complicato dire quanto quest’uomo “ci fa o ci è”, perché la linea tra disagio e furbizia,  tra scarsità di strumenti culturali e destrezza e creatività nel tirare a campare è davvero sottile. Non è una novità per gli operatori sociali alle prese con l’esclusione sociale: spessissimo, infatti, le vicende di chi si trova ai margini della società sono un mix inestricabile di casualità e autolesionismo, di accidenti e di voglia di accomodarsi, di lasciarsi andare. Le vittime del destino cinico e baro, insomma, ci mettono spesso e volentieri del proprio e i furbi-furbi sono davvero pochi e di solito si fanno scoprire con facilità.
Ed è probabilmente su questo confine  che l’operatore sociale è chiamato a giocare con perizia, umanità e professionalità, insieme. Capacità di comprendere, di entrare in empatia ma anche di sorreggere le pur residue energie positive, voglia di stimolare le persone a esercitare quel po’ di autonomia che rimane. E’ difficile mantenere questo equilibrio fatto da un lato di lucidità di giudizio e disincanto e, dall’altro, di speranza che qualcosa possa cambiare. La resa alla frustrazione o, al contrario, al cinismo sono dietro l’angolo e vanno rintuzzate ad ogni passo.
Perché in fondo le persone come Stefano sono sole; tanto furbe quanto terribilmente sole.
E prestare loro orecchio è un modo per farli sentire ancora vive. Ancora persone.

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