30 aprile 2005

Uno sguardo dalla finestra

Cos’è una casa? E’ bene cercare di rispondere a questa domanda prima di considerare la delicatissima situazione dell’abitare nelle nostre grandi città. La casa, nel linguaggio dei media, finisce spesso per essere poco più d’un investimento, un bene rifugio, un immobile: in fondo, un oggetto da valorizzare economicamente e sul quale esercitare l’antica arte dello scambio. Eppure basta fermarsi un attimo per rendersi conto di cosa voglia dire la parola “casa” per una persona o per una famiglia: la casa è identità, collocazione (non solo fisica) in una comunità, uno dei principali ingredienti attraverso cui si costruisce un ruolo sociale. La casa è il punto da cui guardiamo al mondo e dal quale iniziamo a ordinare ciò che ci circonda. Modernizzazione e globalizzazione, in fondo, hanno cambiato poco di questa realtà e il “telefono-casa” di spielberghiana memoria continua a ben rappresentare una parte significativa dell’universo di significati collegati al dimorare.
Il primo sguardo che dalla nostra finestra posiamo sul mondo tutte le mattine (cosa e chi vediamo, da quale altezza, quanto è ampio l’orizzonte che abbiamo di fronte a noi) contribuisce a costruire, più di quel che pensiamo, il nostro modo di interagire con gli altri e con la realtà quotidiana. E se questo punto di osservazione diventa precario, insicuro? D’altra parte basterebbe considerare attentamente il fatto che il trasloco è una delle principali fonti di stress e disvelamento di disturbi mentali: ennesima conferma del ruolo giocato dalle “quattro mura” nella costruzione di una personalità.
Ho pensato anche a questo quando nei giorni scorsi ho incontrato Umberto, che di mestiere fa l’educatore in una comunità per piccoli che hanno alle spalle gravi problemi familiari. E’ uno, insomma, che di casa se ne intende: nel senso che tocca con mano i guasti di una famiglia che non c’è (o che fatica a esserci) e lavora per offrire a una decina di bambini una comunità familiare alternativa a quella d’origine. Un’impresa tutt’altro che facile, tutta giocata sul delicato crinale tra affetto e regola, accoglienza e rielaborazione delle esperienze passate, relazione interpersonale e dinamiche di gruppo.
Eppure quando l’ho incontrato, Umberto non era turbato da questo compito, quanto dai suoi problemi di casa: l’affitto da usura, la mancanza di alternative, la minaccia di scivolare verso lo sfratto. E’ una sorta di trappola che imprigiona molti, soprattutto nelle aree metropolitane più popolose.
E mi sono ricordato allora che la famiglia media sfrattata è composta per lo più da due anziani pensionati con basso reddito; oltre la metà delle famiglie sotto sfratto è formata da pensionati senza redditi diversi dalla pensione.
Sono più di 100.000 le persone che hanno “goduto” finora della proroga per il rilascio forzato per i nuclei familiari svantaggiati (anziani over 65, disabili, malati). Ma tale proroga, da anni in discussione, non può comunque più bastare.
Perché non ci sono alternative: e lo dicono i numeri. L’Italia ha attualmente un quarto delle case popolari francesi, un decimo dell’Olanda, dove il 50 % di tutti gli immobili del paese è costituito da alloggi sociali. Qui da noi, in aggiunta, il fondo sociale per l’edilizia popolare e il fondo per il sostegno all’affitto sono in continua diminuzione. Gli affitti decollano e se vuoi affittare un alloggio in un’agenzia immobiliare devi esibire almeno una busta paga da lavoratore dipendente.
Che dire? Che probabilmente Umberto ce la farà; ma gli altri?
Da quale finestra potranno guardare al loro futuro?

Nessun commento:

Posta un commento