31 marzo 2005

Benvenuti in Italia

L’appuntamento è dietro la stazione, perché è in questo quartiere che si concentra la maggior parte degli insediamenti abusivi. Oggi la giornata comincia così: tour tra baracche, roulotte e improbabili “ville” tirate su da persone e famiglie venute da lontano e che hanno deciso di piantar radici qui, nonostante tutto. Matteo è un operatore sociale di un’associazione che lavora tra questa gente ogni santo giorno: è la mia guida, discreta e disincantata e oggi rappresenta anche la garanzia di potersi muovere in libertà e sicurezza nei pressi di questi piccoli insediamenti fuori regola, non solo dal punto di vista urbanistico.
E’ un po’ che non ci si vede, ma il cenno della mano a distanza è di quelli che non ti sbagli: significano sintonia e stima ormai quinquennali. Si scherza sull’apparizione tv dell’altra sera: Matteo e altri volontari, infatti, sono stati a ragionare di poveri cristi e di integrazione da Gad Lerner su La7. Piccole soddisfazioni che certo non ti danno popolarità, ma respiro sì. E questo è già qualcosa.
Il giro di oggi è quasi un classico: c’è da capire se sul nostro territorio ci sono novità, nuovi arrivi o “movimenti” degni di nota. Il tam tam in quartiere segnala per l’appunto vertiginosi aumenti delle presenze che a noi non risultano proprio. E’ per questa ragione che siamo qui.
Mentre i tergicristalli scacciano la pioggia si parla della frequenza dei minori a scuola, di spaccio di droga e auto di lusso, delle difficoltà della vita di tutti i giorni. I cognomi slavi e rumeni che Matteo snocciola tracciano parentele intricate che non di rado si traducono in faide familiari difficili anche solo da ricostruire. D’altra parte le mie domande non vanno molto nei dettagli e si ripetono monotone: “chi c’è qui? Come si chiamano? E quanti sono?”. Mi rendo conto di quanto cinica sia questa superficiale statistica di uomini, donne e bambini e un po’ mi vergogno; mi viene da chiedere scusa, ma  Matteo è abituato a questo ed altro: “Qual è il problema? Siamo qui per questo, no?”.
Alla fine dei nostri “appostamenti”, possiamo concludere che le novità degli ultimi mesi non sono poi molte e tutte sostanzialmente conosciute. Quello che mi colpisce di più questa volta è piuttosto la stratificazione sociale che oramai si è affermata anche qui; intendo dire che da fuori facciamo d’ogni erba un fascio, eppure anche tra chi occupa abusivamente un’area ci sono status e posizioni sociali diversificate: c’è chi abita solo la sua casa-furgone, chi una fila di baracche addossate le une alle altre e altri che si sono costruiti una specie di cottage simil-elvetici. La storia di sradicamento, migrazione e precarietà è la stessa, medesimo il disprezzo sociale che ti viene dall’ambiente circostante, progressivamente diversa la posizione sociale occupata.
Forse si tratta di una considerazione scontata, date le attività illecite che spesso attecchiscono e le gerarchie che si strutturano attorno ad esse. Eppure si può avvertire anche qualcosa di più: in queste “case” che piano piano vengono realizzate c’è anche una voglia di normalità, di familiarità e di vita che prende progressivamente forza, in faccia a tutti i pregiudizi. A indossare gli occhiali giusti, quei tetti sempre meno improvvisati possono perfino apparire come presagi e auspici di un futuro diverso.
In fondo siamo in Italia e non in Svizzera e l’italianità è nota anche per questo: voglia e capacità d’arrangiarsi, creatività, resistenza. E speranza nell’ennesimo prossimo condono edilizio. Benvenuti in Italia.

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