22 febbraio 2005

Res publica

C’è in giro una retorica, spesso superficiale e celebrativa, del lavoro sociale; ma c’è anche una mortificazione quotidiana che a volte produce cinismo e demotivazione. C’è insomma il rischio che alle medaglie e ai complimenti ammirati di un giorno seguano mesi nei quali il lavoro di relazione e servizio alle persone venga mortificato, per esempio, dalla scarsità di risorse o da arrischiate visioni aziendaliste.
Ma, nel mezzo, ci sono spazi e tempi come quello capitato oggi: una mezza giornata spesa con i propri compagni di strada, operatori come te, a discutere sui significati del lavoro, a rielaborare le esperienze, a lasciare andare e incrociare le creatività di ciascuno. “E’ in occasioni come queste – mi dice sulla porta Piero – che ci si sente operatori vivi, creativi. Si rilegge il presente e si progetta il futuro; magari poi si riesce a realizzare poco di quello che immaginiamo, ma almeno capiamo di condividere alcuni orizzonti, anche partendo da punti di vista e sensibilità diverse.  Anzi, sai cosa ti dico? Che in fondo, di tutte le tecniche e le competenze alla fine rimarrà ben poco. Ciò che rimarrà veramente saranno questi momenti caldi, gratuiti, magici”.
Parole grosse, quelle di Piero e il mio sguardo forse tradisce un filo di scetticismo, ma sento che il suo entusiasmo rappresenta l’autentica energia che fa camminare un servizio sociale o educativo, un’associazione o una impresa cooperativa. Co-operare, co-pensare, co-progettare, co-sognare: parole un po’ fuori moda in tempi di leadership personalizzate e individuali, espressioni che addirittura in italiano non reggono. Eppure è veramente così: la leadership non è nulla se non c’è gruppo, il gruppo non c’è se non crea, pratica e a volte difende con le unghie dei tempi per sé, per alimentarsi delle energie positive che tutti hanno dentro di sé.
Oggi Piero e gli altri hanno ragionato attorno al loro lavoro in un centro sociale di quartiere nella periferia milanese.
Il centro è dotato di numerosi spazi che vengono messi a disposizione di chiunque abbia qualcosa da fare o da dire: bar, teatro, sale riunioni, sala prove per la musica, un centro multimediale. Insomma, strumenti; ma la domanda adesso è: per fare cosa?
Dopo otto anni di lavoro il centro si è affermato come un punto di riferimento per i gruppi più diversi che trovano ospitalità e opportunità. Eppure la struttura è molto diversa da quella progettata: all’inizio, infatti, si aveva l’obiettivo di mischiare culture e pluralità di interessi per ricostruire cittadinanza e comunità territoriale; oggi si è preso atto del fatto che sono tanti i gruppi che abitano il centro in diversi spazi e orari, ma rarissimamente si mischiano, si contaminano; in taluni casi neanche si toccano.
E la questione di oggi è allora cosa voglia dire promuovere nella città spazi sociali pubblici: di tutti e di nessuno. E’ qui che il gruppo si scalda e si accende: cosa vuol dire essere un luogo di tutti? Non si rischia l’anonimato? Che differenza c’è tra noi e un centro commerciale in cui si viene, si consuma e si torna a casa? Esiste un’identità della cosa pubblica e quali sono i suoi valori? E che ruolo hanno gli operatori?
Domande, dubbi, talvolta piccoli scontri per cercare di capire se nell’epoca dell’anonimato e delle piccole  identità difensive e aggressive ci sia posto ancora per una res publica  pensata, progettata e costruita insieme.
E per operatori sociali degni del loro nome.

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