domenica 30 gennaio 2005

Vita da mediano

A sentire la storia di Beppe viene subito in mente Ligabue e la sua “vita da mediano”: un’esistenza a macinar palloni in mezzo al campo, senza mai il lampo del gol o il boato che premia comunque la prodezza del portiere tra i pali.
Ma mai neanche in panchina, se è per questo.
Beppe è un po’ così: sempre a metà, né carne né pesce, mai stato in testa ma nemmeno in fondo alla fila.
Lo incontro per la seconda volta a qualche mese di distanza, ma la sua situazione, manco a dirlo, non è affatto cambiata: sembra invece  cristallizzata da uno strano maleficio che lo vuole sempre sull’uscio, in attesa di accedere a qualche opportunità che gli agevoli la vita.
66 anni ma non li dimostra, solo la voce tradisce una fatica che però ti pare innata: il fiato tra le parole, infatti, è sempre un po’ corto, come quello che viene dopo una rampa di scale. Depresso? Forse, sicuramente triste, triste e rassegnato.
Di lui non so quasi nulla perché della sua famiglia ha voluto tracciarmi solo brevi e vaghi cenni. Diciamo comunque che Beppe, apparentemente, non se la cava poi male; la sua unica “colpa”, infatti, è quella di trovarsi appena al di sotto della linea di galleggiamento: il suo reddito, insomma, è poco al di sopra della soglia prevista per accedere a un contributo economico e la sua situazione sociale non gli consente di accedere a un alloggio pubblico; non è nemmeno un invalido, ma un pensionato come tanti. E tuttavia alla fine di ogni mese Beppe ha di fronte a sé un bivio con due sole alternative: o fa la spesa al supermercato o paga l’affitto; e a giudicare dal suo fisico asciutto e da quella scarsa energia nel parlare si può intuire quale sia, due volte su tre, la sua scelta.
D’altra parte da anni Beppe fa la sua brava domanda per avere una casa popolare, ma arriva sempre ad occupare un posto a metà della graduatoria, assai lontano dalle posizioni che aprono le porte di un alloggio  pubblico. E così, puntualmente, ad ogni aggiornamento della graduatoria viene sorpassato dai nuovi poveri, dalle giovani famiglie che non hanno (ancora) imboccato una strada stabile e prospera, da immigrati di ogni colore. Un’eterna risacca avanti e indietro su quel foglio riempito di nomi cognomi e inesorabili numeri progressivi.
Ma quello che colpisce è la consapevolezza che Beppe ha di questo perfido meccanismo e più in generale della sua condizione: nessuna acredine, niente recriminazioni. Nei suoi occhi trovi piuttosto un appello muto ma eloquente: dimmi cosa posso fare di più, dimmi che c’è una strada che non ho ancora tentato.
E’ la stessa espressione che, immagino, incontrino i funzionari delle varie banche alle quali sta chiedendo la concessione di un mutuo per comprarsela, la casa. “Tanto spenderei la stessa cifra per l’affitto, in più potrei finalmente non avere più la preoccupazione di essere sfrattato per morosità. Mi dicono invece che sono troppo vecchio per un mutuo ventennale e che non me lo possono dare. Se solo ci sarebbe una possibilità…”
Niente da fare, caro Beppe, rimani lì in mezzo al campo: mezza difesa e mezzo attacco.
I giornali che ora tanto si occupano del ceto medio a rischio povertà non si accorgeranno di te neanche questa volta; perché nessun sociologo ti classificherebbe mai nel ceto medio e questa è l’ennesima ironia della sorte: mediano in tutto, tranne che in questo.
E poi, c’è da scommetterci: tra non molto tempo, non pochi di quei nuovi poveri creati dal carovita ti sorpasseranno su quella benedetta lista.
“Se solo ci sarebbe una possibilità…”

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