martedì 4 gennaio 2005

Penultimi

E’ quasi un luogo comune e alla fine salta fuori, più o meno sempre con le stesse parole. Si tratti di anziani o parenti di disabili, persone in attesa di un alloggio pubblico o di un aiuto economico per contrastare il carovita; bisogni diversi, richieste disparate, ma spesso si arriva lì: “Eh già, però gli extracomunitari li aiutate. A loro sì ma a noi no; eppure risiedo qui da tanti anni. Non ho mai chiesto niente, e ora che ho bisogno privilegiate quelli là!”
E’ come un virus, un’epidemia diffusa tra la gente comune: la convinzione che “qualcun altro” si sia interposto tra sé e i propri diritti (o desideri) e questo qualcuno di solito abbia la faccia di uno straniero, di una famiglia nordafricana o, peggio, zingara.
E alle istituzioni, in questa visione, viene assegnato il ruolo perfido di chi tutela una parte (minoritaria) ai danni di un’altra fetta di cittadini, al di là di ogni regola, procedura, legge.
Ho riflettuto spesso su questo complesso di minorità che ha così tenacemente attecchito tra le mie contrade, ma ogni volta mi sorprende per la sua puntualità: quasi una parola d’ordine, uno slogan da buttare lì, come una rivincita.
A me pare la sindrome dei penultimi: di coloro che non sono oggettivamente gli ultimi della fila e che in realtà non vogliono esserlo, ma che percepiscono in qualche modo che gli ultimi sono tali non in forza di un maggiore bisogno, ma per una sorta di predilezione.
I penultimi, nonostante i giudizi trancianti e a volte l’eloquio aggressivo, non hanno una collocazione politica univoca: sono di destra, centro o sinistra; spesso non si riconoscono in uno schieramento e si sentono lontani dalle culture politiche, ancora prima che da qualsiasi appartenenza di partito. Non si tratta dunque di un portato diretto della politica; ha talmente imbevuto il tessuto sociale da diventare, appunto, luogo scontato, evidente a sé stesso.
Eppure si tratta di una sfida al buon senso, un vero e proprio rovesciamento della realtà: i poveri cristi sono diventati dei privilegiati.
E questa visione del mondo si autoconferma a ogni piè sospinto: perché ogni volta che qualcuno (istituzione o volontariato) aiuta un migrante nell’affermazione di un suo diritto non fa che confermare, agli occhi dei penultimi, il suo supposto privilegio.
Probabilmente è successo lo stesso agli immigrati dal meridione nel dopoguerra, forse si tratta solo di una difesa istintiva dalle diversità con le quali anche i penultimi, come tutti quanti, sono chiamati a convivere. Ma oggi c’è qualcosa di più: negli anni ’50 o ’60 scattava l’autodifesa di una comunità chiusa ma tutto sommato solidale, nella quale il controllo sociale e di vicinato lasciava poco spazio a qualunque diversità; oggi invece questi luoghi comuni sembrano più il frutto di una ruminazione solitaria, diffusissima ma in realtà  individuale. E’ come se i penultimi avessero ancora più paura, perché più soli. Infatti il reddito o la scala sociale centrano relativamente: il dato più evidente è che i penultimi si sentono tali anche quando hanno una loro collocazione normale, mi verrebbe da dire media, nel tessuto sociale.
“Eh, vado anch’io a vivere in una roulotte, così poi date anche a me un sussidio”, quante volte ho sentito questa frase! Puro non senso: come se la stima di sé e quella che ci viene dagli altri, il riuscire in un lavoro, le amicizie, gli interessi, le passioni, i figli valessero così poco.
Forse la sciagura più grande, fatti tutti i conti, è questa bassa consapevolezza della propria (pur relativa) fortuna.

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