12 dicembre 2004

Buoni genitori

“Sì, è una delle prime cose da imparare – mi dice Paolo – quella di proteggersi, di sapersi difendere e non farsi fare così male”. Guardo Paolo con scritti in faccia i punti interrogativi di chi è genitore ma non sa ancora cosa voglia dire confrontarsi con figli di vent’anni. Paolo, invece, fa lo psicanalista e ha scelto di lavorare soprattutto con familiari di persone che hanno problemi di dipendenza. I capelli corti e il viso tondo perfettamente rasato lo fanno sembrare più giovane di quel che è; lo sguardo, dietro le lenti, è tranquillo, ma se lo scruti quando si leva gli occhiali hai l’impressione che tutti i casini che ascolta ogni giorno si concentrino lì, in quelle due borse grigie e sproporzionate sotto gli occhi.
Mi sono rivolto a lui per ragionare insieme di una coppia di genitori che da qualche tempo viene a trovarmi: Emma e Giuliano. Lui pensionato e lei da sempre casalinga dalla salute fragile, hanno la vita devastata da questo figlio imponente, Vittorio, che vive con loro senza arte né parte. La prima volta che i due mi hanno descritto la vita, i comportamenti e le reazioni del figlio mi è parso abbastanza chiaro che stessimo parlando di un ragazzo dedito a un consumo problematico di sostanze eccitanti: gli alti e i bassi dell’umore, l’ira gratuita e la richiesta di scuse e coccole, l’eterno “raffreddore”, le notti insonni. Con tutta probabilità Vittorio è uno dei tanti casi di “doppia diagnosi” che si possono incontrare sempre più spesso tra i consumatori incalliti di sostanze: tossicomani per un verso ma anche con sintomi evidenti di disagio psichico. Cosa venga prima e cosa dopo è sempre difficile da accertare: a volte capita che a un disagio mentale si cerchi di rispondere con l’utilizzo di una droga; a volte il contrario: che una sostanza sveli segnali di squilibrio fino ad allora sopiti.
La mamma e il papà di Vittorio sono una coppia confusa e triste che sta cercando da tempo una risposta, una soluzione; ma tutti gli rispondono la stessa cosa: fino a quando Vittorio non deciderà di fidarsi di qualcuno e di ammettere di aver bisogno di aiuto non ci sarà granché da fare. Servizi pubblici per le dipendenze, preti, associazioni antidroga, perfino i carabinieri hanno fatto tutti i loro tentativi. C’è chi dice che occorre che Vittorio “tocchi il fondo”, ma è dura.
E’ dura stare in questa eterna altalena di emozioni, stare sul chi vive continuamente, essere svegliati dai rumori della vita notturna del figlio e poi assaliti per aver involontariamente disturbato il suo sonno durante il giorno successivo.
L’ultima volta che li ho incontrati ho detto loro che forse era tempo di pensare a sé stessi, ancor prima di cercare una soluzione per i problemi di Vittorio.
Era un’intuizione e non una certezza, ma sentivo che a questo punto della vicenda il dovere di entrambi era quello di tutelare la propria vita e di trovare del tempo per sè. E’ allora che ho fissato loro un appuntamento con Paolo, ma con una scusa non ci sono andati; ho la sensazione che non li rivedrò più, persi nella ricerca di qualcuno che abbia proposte più convincenti delle mie.
Ma, nonostante il tentativo fallito, Paolo mi conferma ora che l’intuizione era giusta: difendersi, proteggersi.
Ogni tanto ripenso a Emma e Giuliano e mi chiedo se e a quale prezzo si riesca a convincersi della necessità di difendersi da proprio figlio. Quale sforzo bisogna fare per affrancarsi dall’immagine del proprio figliolo bambino, per convincersi che quella stessa persona è diventata un ostacolo tra sé e il proprio benessere.
Probabilmente a Emma e Giuliano hanno sempre detto che il dovere dei genitori è quello di  annullarsi, di sacrificarsi per i propri figli. 
E forse è proprio a questa identità di buoni genitori che non intendono rinunciare. A nessun costo.

Nessun commento:

Posta un commento