sabato 13 novembre 2004

Il non dato è perso

Quando lo vedono da lontano, i più non riescono a resistere all’impulso di darsela a gambe. Perché c’è sempre un motivo valido per evitare il signor Salvatore, per non incappare in quell’oretta in cui ti deve ricostruire la sua biografia a partire da quando era ragazzino, laggiù in meridione.
Gli occhi piccoli, la fronte alta e un fisico che non tradisce gli ottant’anni suonati; e nell’espressione quella determinazione a parlare, a comunicare con chiunque gli conceda un po’ di attenzione. E’ proprio questa spiccata volontà, questa forza interiore che ti mette in allarme la prima volta che lui ti si siede vicino; ma ormai è già troppo tardi.
L’incipit di Salvatore è sempre lo stesso, denso e pieno di significato: “Sì, sono qui per esporre un problema; ma prima lasci che le spieghi chi sono e qual è il mio percorso di vita”. Della serie: lei non sa chi sono io, ma detto senza protervia o boria, sottolineando piuttosto una verità che gli “specialisti dei problemi” spesso rischiano di dimenticare: al di là della singola questione, di questa o quella difficoltà, ci sono le persone con le loro storie. E come fai a risolvere un mio problema – pare dica Salvatore – se non sai chi sono?
In realtà al terzo incontro cominci a capire che problemi non ce ne sono; o, meglio, Salvatore ha le piccole grandi difficoltà quotidiane che vivono pressoché tutti quelli che hanno una certa età. A partire da un micidiale deficit di memoria, che lo porta a raccontarti la sua vita sempre daccapo, come se ti vedesse per la prima volta. Ma in fondo il vero cruccio di Salvatore è proprio quello di non avere qualcuno cui dedicare il proprio patrimonio di storie, qualcuno che  ascolti il suo eloquio epico e colto, quasi teatrale, ricco di citazioni, proverbi e di dati scientifici.
Già, la scienza e la matematica, le vere passioni di Salvatore, che ancora ti rifà sotto gli occhi il calcolo della velocità terrestre e parla di Pitagora come di un suo concittadino illustre.
Se hai tempo e lasci un po’ da parte quella fretta che ti batte dentro anche se non hai scadenze particolari, lo puoi sentire per davvero e puoi farti trascinare nelle fabbriche degli anni trenta, puoi rincontrarlo giovanissimo operaio autodidatta in giro per i cantieri di mezza penisola; davanti a te, come al cinema, i fotogrammi della guerra, i dolori familiari, le promozioni, il volontariato sui treni per Lourdes, i figli che non crescono mai.
Gli occhi fiammeggiano e le mani tracciano nell’aria immagini e ricordi delle domestiche avventure di una vita.
Che strano: quanto tempo passiamo a sorbirci vicende di ogni tipo alla tv o sui libri e quanto poco attingiamo a quella miniera di storie che sono i ricordi dei vecchi. Certo, qui non c’è abile regia e nemmeno una redazione che lavori di taglia e cuci; ma c’è l’occasione di imbattersi nelle piccole perle  scoperte da una persona in carne e ossa, nel suo percorso di vita.
Ma l’incontro con queste persone richiede la pazienza del pescatore o del cercatore di funghi e noi non ce l’abbiamo più. E allora ci meritiamo di perderci il racconto surreale di Salvatore che, ogni 2 novembre che il cielo manda in terra, si compra una cinquantina di fiori per deporli uno ad uno sulle tombe che altrimenti rimarrebbero sprovviste.
“Il non dato è perso” ripete spesso Salvatore e mi viene subito in mente che questo vale anche per il tempo dedicato all’ascolto delle persone.

Ieri Salvatore si è ripresentato ma non avevo tempo, lo giuro. Ai primi tornanti della sua biografia l’ho fermato dicendogli che la sua storia me l’aveva già raccontata.
“Ah sì? – mi ha detto stupito e un po’ interdetto – e allora me la riassuma!”.
Che dire a uno così?

Nessun commento:

Posta un commento