12 ottobre 2004

I denti d'oro della storia

La città è quella di Francesco. Ho lasciato da poco la basilica del Santo, riflettendo su quanto sia fondamentale richiamarsi a lui, al suo stile e alla sua opera in questi giorni di guerra strisciante, di piccoli e grandi orrori.
Il self service è di quelli che trovi in molte città d’arte, frequentato soprattutto da turisti provenienti da tutto il mondo: americani, giapponesi, pellegrini di lingua spagnola.
Ma è lei ad attrarre la mia attenzione: una donna dagli inconfondibili tratti rom con in braccio un bimbo di pochi mesi che si avvicina al banco. E il mio primo pensiero è, nonostante tutto, “anche qui?”; come se non bastasse occuparsi di campi nomadi dove si vive, come non fosse sufficiente vivere interposti tra la comunità rom e la comunità locale a cui si appartiene. Metto in un angolo questo pensiero e subito si fa strada una seconda impressione, quasi una visione: i rom, anche visti da qui, sono davvero “altro”, non solo per noi italiani, ma in fondo un po’ per tutto il mondo, rappresentato in sedicesimo in questo piccolo locale. “Altri”, davvero, e non per niente in romanes i non-rom sono tutti racchiusi in un’unica parola: gagè.
Sto a guardare. La scena è, se vogliamo, di quelle classiche: da una parte la donna che chiede (più esattamente sembra esigere) del cibo gratis in nome e per conto della creatura che ha tra le braccia, dall’altra i due giovani baristi dietro il bancone e alla cassa. I primi tentativi dei due, del tipo “via, sciò”, non hanno effetto: c’è troppo mestiere, troppa abitudine a queste circostanze da parte della giovane rom. Il gesticolare e l’onomatopeica, insomma, non bastano e il giovane alla cassa deve ricorrere a codici di comunicazione un po’ più umani. Il secondo approccio, allora, è di quelli immediati, diretti: “e’ che, te l’ho fatto io ‘sto bimbo?”. Terra terra, senza fronzoli, ma in fondo senza pregiudizio. Non avverto ostilità, ma piuttosto la legittima difesa di limiti che rischierebbero altrimenti di essere violati. Il pensiero dell’uomo mi sembra lampante: “se cedo, qui si fa la fila di zingari, e poi chi lo sente il proprietario?”.
Ma è la battuta seguente a gelarmi, nella sua crudezza: “se ti cavi quel dente ti do da mangiare. Non è d’oro quel dente? E allora dammelo, che ti sfamo”.
Terribile. Probabilmente il giovane del bar non ha mai letto niente a proposito dello sterminio degli zingari. Sicuramente nulla sa delle centinaia di migliaia di vittime rom nei campi nazisti. Perché altrimenti non avrebbe mai osato proporre, senza rabbrividire, questo scambio terrificante, citazione presssochè letterale delle umiliazioni e degli orrori subiti dagli zingari. Quanti denti d’oro sono stati scambiati con la propria sopravvivenza nei lager? Quante piccole vite sono state provvisoriamente sfamate da baratti di questo tipo?
E’ incredibile come la storia e i suoi orrori riescano a infilarsi nella trama banale del nostro quotidiano. Echi inconsapevoli di umiliazioni e dolori apparentemente sigillati nelle vicende di qualche decennio fa.
Eppure, basta uno scambio di battute per farli ridiventare vivi. Qui ed ora.
Chissà se la proposta ha toccato queste corde anche nella donna col bambino? Forse no, probabilmente si è trattato solo dell’ennesima ingiuria arrivata dai gagè.
Arrivata, senza far troppo male, dall’altra parte del mondo.

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