30 settembre 2004

Dopo di noi

Riccardo  mi ricorda un nobiluomo di campagna dell’ottocento: l’accento campano, certamente; ma soprattutto quell’eloquio calmo, assertivo e ragionante, senza aggressività eppure autorevole. Da qualche mese è l’animatore di un gruppo di mutuo aiuto composto da genitori di giovani-adulti con handicap. Gli altri membri del gruppo, infatti, hanno avuto lo stesso suo destino, quello di diventare padri e madri di bambini “non come gli altri”.
“Beh, diciamo che trovare il termine giusto è già un problema. – mi sussurra sornione Riccardo - Prima per gli altri erano anormali, poi handicappati, successivamente portatori di handicap o disabili. Oggi li chiamiamo diversamente abili, ma la sostanza non è cambiata di molto”.
C’è, nel fondo delle sue considerazioni, un’amarezza che riscontro spessissimo nei genitori di persone disabili; nonostante tutto il bene, nonostante il coraggio e talvolta l’eroismo con i quali si è affrontata la propria vicenda di coppia e familiare, rimane un fondo amaro. Per qualche genitore questo si traduce in una aggressività latente e in un continuo rivendicare un po’ sopra le righe; nel caso di altri, invece, si volta in remissività e in una certa rassegnazione. Questi sentimenti si rendono ancora più evidenti quando si lavora in un gruppo di mutuo aiuto, perché il percorso collettivo rischia ad ogni  incontro di scivolare verso uno dei due atteggiamenti estremi.
Per fortuna c’è  Riccardo e il suo equilibrio. “Vedi, i nostri ragazzi scontano una difficoltà in più perché hanno tutti dalla nascita un handicap lieve. Insomma, non sono in carrozzina o inerti su un letto, i loro “ritardi” sono contenuti; a prima vista assolutamente invisibili. Bene, si dirà; e invece no. Perché le persone come loro sonoborderline, sulla sottile linea di confine tra normalità e no, e questo complica le cose. Spesso, ad esempio, sono reattivi, mettono in discussione le figure di riferimento; ma allo stesso tempo non sono completamente autonomi e, seppure in misure diverse, hanno consapevolezza di non esserlo”.
Riccardo, mentre parla, sospira e d’istinto collego quell’espirare ai giorni passati con la propria figlia: le aspettative deluse, la fatica quotidiana, i conflitti. Certo, sono difficoltà che vivono pressoché tutti i genitori, ma qui c’è di più: le pesantezze della storia passata, infatti, richiamano e si saldano con le ansie per il futuro. E’ il cosiddetto “dopo di noi”, che al plurale sembra persino meno crudo: dopo di me, che succederà? Quando non ci sarò più, chi si occuperà di questo figlio?
Una domanda grande come una casa, di fronte alla quale è difficile porsi anche solo virtualmente. Ma dietro questo interrogativo si intravede anche il ritardo dei tanti servizi, pubblici o privati, che si impegnano ogni giorno su questo fronte. Esperienze spesso bellissime, arricchite da operatori fantastici, ma altrettanto spesso troppo lente o standardizzate per rispondere al meglio a bisogni così individualizzati, personalizzati.
Questi figli, infatti, non si possono inserire in strutture residenziali o in centri diurni; hanno bisogno piuttosto di un lavoro e di un contesto di vita solo un po’ più protetto degli altri. Ma questa, talvolta, sembra la cosa più difficile da realizzare.
“Da soli, come genitori, non possiamo farcela; ma spesso trovare alleati seri e fidati è difficile. Di muri di gomma – assicura Riccardo – ne abbiamo incontrati davvero tanti”.
Ma si avverte chiaramente che Riccardo non è ancora stufo e che continuerà a chiedere con calma e fermezza risposte più persuasive e convincenti.
Perché il tempo passa e la domanda sul “dopo” si fa, se possibile, ancora più incombente.

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